A Londra da Pescara

Maggio 2008 

A LONDRA DA PESCARA

 di Anna Maria Santoro

 

 A venti minuti dal decollo, all'appello manca un'italiana! Il marito inglese: <She has vanished. She went to Auchan to buy parmigiano.> Non c'è che dire: gli abruzzesi che vanno all'estero non riescono a non portarsi dietro formaggio, prosciutto, lonza e ventricina.

Ma eccola arrivare.

Finalmente si parte.

In fila, o quasi, per l'imbarco, è facile riconoscere gli italiani che vanno nel Regno Unito con l'unico volo giornaliero che alle 17,15 parte per Londra dall' “Aeroporto d'Abruzzo”, ex “Aeroporto di Pescara” o meglio, di Sambuceto (provincia di Chieti!), che qualche straniero chiama “San Buceto”.

Altro segno di riconoscimento tricolore: l'astinenza da cellulare sicché, non appena si atterra a Stansted e si slacciano le cinture, si vede una moltitudine di passeggeri che comincia a rovistarsi freneticamente nelle tasche contorcendosi sui sedili angusti dell'aereo, alla ricerca del telefonino; e nel concerto delle svariate suonerie e degli sms in arrivo, ci si mette a parlare scendendo le scalette. E si strilla e si gesticola come se tutta l'Inghilterra dovesse essere messa al corrente che il viaggio è andato bene.

A Londra piove. Accidenti, si sapeva, ma uno spera sempre nel miracolo.

La mattina seguente si va a United Kingdom per una visita a Sotheby's. Lì sembra che tutti si conoscano: c'è Ali Can Ertug Vice Presidente per lo sviluppo delle imprese in Turchia, specialista in arte orientalista, che per conto di un ignoto compratore si aggiudica “A Lady of Costantinople”, un olio su tela di Osman Hamdy Bey, per la bellezza di <three million pounds>.

Il rilancio è semplice: un cenno con una Mont Blanc o una Bic; oppure con un'alzata di mano. E tu stai lì, fermo. Immobile. Attento a non grattarti il naso per non aggiudicarti involontariamente l'opera. Accade di assistere anche a rilanci tra coppie di compratori: come un gioco a ping pong che a un certo punto diventa duello, poi lotta e alla fine si conclude con un diniego col capo da parte di uno dei contendenti.

Le opere degli artisti italiani sono tante: di Alberto Pasini, di Cesare Dell'Acqua, di Francesco Ballesio, di Gustavo Simoni, di Giuseppe Carosi, di Count Amadeo Preziosi. C'è anche un Fausto Zonaro: “The Tophane fountain and kilic pasha mosque, Istambul”, che da una base di 35.000 pounds è battuto a 170.000 con il commento “Very good. Italy”.

A un certo punto il computer non manda più le immagini delle opere esposte. Si spegne: <No signal>, <Tray again>, <Error>. Clessidra. Il telone si fa nero. Appare la sola scritta Sotheby's. Non c'è che dire! A Londra, come nei nostri uffici italiani, Windows non smette mai di stupirci. Eppure il battitore continua come se niente fosse successo: alza il braccio, sorride: <Are you sure?> Batte il martelletto. E così per tre, quattro ore di seguito. Senza sosta.

Finita l'asta è d'obbligo andare ai Magazzini Harrods, a Knightsbridge, dove un panino da portar via te lo impacchettano come se fosse un gioiello, con tanto di scatola e nastri. A un'uscita secondaria: <Scusate, sapete dirmi dov'è l'ingresso principale?> A chiedere l'informazione è Roberta, 28 anni, di Pescara; vede l'incontro casuale con gli italiani come un'ancora di salvezza, per parlare e sfogarsi un po'. Laureata con 110 e lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Bologna, da Aprile vive a Brighton perché frequenta un corso di perfezionamento in inglese alla University of Sussex. Quando sa che le sue parole saranno affidate ai lettori di un giornale, esplode tutta la sua rabbia: <Sono qui perché in Italia non investono in capitale umano, non ci sono prospettive occupazionali post lauream, la spesa per la ricerca è irrisoria, non c'è meritocrazia e contano solo i clientelismi.> Va a lezione ogni giorno dalle 9 alle 16; dalle 18 alle 24 lavora in un ristorante. Vuole perfezionare il suo inglese per iscriversi a un PhD alla University of London. <Qui tutto è diverso: in lavanderia una volta mi hanno rovinato un cappotto di Dolce e Gabbana. Senza battere ciglio mi hanno rimborsato l'importo che ho dichiarato.> E pensare che a Vanni, a Chieti, non gli hanno voluto dare nemmeno una busta di plastica per la bottiglia di vino appena comperata: <perché sennò, io, che cosa ci guadambio?> Gli hanno urlato. 

Gli italiani che vivono nel Regno Unito sono davvero tanti.

Non lontano da Harrods c'è lo Speaker's Corner dove ci si può portare un piccolo podio, che sia uno sgabello o una scala poco importa, salirci sopra e fare tutti i comizi che vuoi, strillando liberamente. Da lì è consentito dire tutto. Tutto fuorché parlar male della Regina; se ci provi ti sbattono al fresco.

In quello stesso luogo un incontro fortuito, con Fabrizio e Francesca di Chieti. Esperta in degustazione di vini, lei, premiata più volte come barman; dall'anno scorso ha ripreso gli studi universitari e si è immatricolata al F M Design of London grazie ai finanziamenti inglesi, con un budget annuo di 5.000 pounds più spese di iscrizione che lo Stato recupera dopo la laurea con i primi guadagni. Con loro due è obbligatoria una visita al museo del design. Poi un giro in auto per la City dove gravitano i servizi finanziari; e ai giardini di Kensington a vedere la statua di Peter Pan realizzata in bronzo da George Frampton nel 1912. Durante la trasferta si passa davanti alla Cattedrale di St. Paul, al Gherkin Skyscraper, al Center Point. Poi al quartiere ebraico; arabo; e al Soho, la Chinatown con le anatre caramellate in vetrina. Da lì a Trafalgar Square dove nei bagni pubblici ci puoi anche mangiare dentro talmente sono puliti. E le rive del Tamigi e London Bridge.

La voglia di cucina italiana viene leggendo “Casa mamma”, l'insegna coccolosa di una trattoria su Grays Inn Road vicino alla stazione di St. Pancras, non lontano dalla British Library. Il titolare è Francesco; lavora a Londra dal 1984; si dice fiero di usare i prodotti biologici italiani. All'improvviso un giapponese si mette a cantare un ritornello di Carosone; una donna dello Yorkshire ride, dice di essere stata a Como. 

Bà!

In un altro ristorante, a King's Cross, si incontrano Anastasia e Tony, cugini. Lei, 35 anni, è responsabile di un'agenzia immobiliare inglese. Parla di prezzi, valutazioni, mutui. Lui fa il reporter nei teatri dell'UK: non molto alto, gli occhi sporgenti: <Londra è una città che assomiglia a quelle italiane; pure qui c'è bisogno di conoscenze ma di lavoro ce n'è abbastanza; anche il pesce piccolo riesce a trovare il suo spazio.>

Al “The Centre for the Magic Arts” a Stephenson Way, l'accoglienza è garbata; si tratta di un circolo di illusionisti esclusivo; l'ingresso è normalmente vietato ai non addetti ai lavori. Parlano di trucchi, cilindri, bacchette e teste mozzate. Si trova nella zona di Euston. Il Presidente è Alan Shaxon. Nel museo, all'interno, sono esposti oggetti storici di magia da scena, foto e lettere rare di Houdini; i ritratti di Maskelyne, David Copperfield e del nostro Silvan corrono lungo le pareti della scala a chiocciola. Al convegno è presente Dan Dearing, un ingegnere inglese che da qualche anno vive a San Vito Chietino insieme alla moglie Sandra nata in Irlanda. Spiega alcuni dei giochi di Jimmy Orrin. C'è James B. Alfredson, Presidente del Magic Collector's Associattion che arriva dal Michigan assonnato, stanco e in ritardo <per un atterraggio di emergenza a Boston>. Lionel Russell, Executive Curator of the Museum, che fa da Cicerone per le stanze più nascoste del Circolo. C'è Vanessa Toulmin, Direttore del National Fairground Archive dell'Università di Sheffield, spesso in Italia per la rassegna del cinema muto di Pordedone.

Londra: città invasa dagli abruzzesi.

Abruzzo: regione invasa dagli inglesi.

Ma perché?

<Because the grass is always greener on the other side of the fence> dice Andrew che vive da due anni in un paese "cecato", che più "cecato" non si può, nella provincia di Chieti.

<L'erba del vicino è sempre più verde.>

Bà!

Pubblicato a Maggio del 2008 su <Il Giornale della Frentania> (modificato)

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