Adriano Fabris

Maggio 2010           A colloquio con Adriano Fabris

INSEGNAMENTO E TeorEtica

di Anna Maria Santoro


Quando nell'Udienza generale del 2 Ottobre 1974 Paolo VI diceva <L’homme contemporain écoute plus volontiers les témoins que les maîtres, ou s’il écoute les maîtres, c’est parce qu’ils sont des témoins>, sapeva ben riconoscere <il tormento di coloro che si dibattono tra il bisogno di certezze e l'esperienza della delusione>. Quel Papa, che si definiva egli stesso <vecchio amico dei giovani>, avvertiva la necessità di un'esperienza educativa capace di consegnarsi alla dimensione emotiva; quella stessa <passione nell'insegnamento> che Giovanna Romualdi individua in un'intervista del 2002 a Vita Cosentino: <Insegno da più di trent'anni nella suola media e ancora m'incanta il momento in cui una giovane mente prende il volo...> ed è allora che <anche le classi più confusionarie improvvisamente tacciono, capiscono che sta capitando qualcosa di importante che dà il senso al nostro esserci lì tutti i giorni.>

Un'istruzione che diviene “mistero”, nella quale il senso non deve essere cancellato dall'alternativa di una scelta tra “il coinvolgimento senza ragione” o “la ragione senza coinvolgimento”; si tratta di un'istruzione che rimanda a un'indagine filosofica in grado di redimerla attraverso l'applicazione di quella dottrina, ben più ampia, che Adriano Fabris, padre dell'etica della relazione comunicativa, definisce con il termine “TeorEtica” che, rinunciando alla partizione che in ambito filosofico distingue tradizionalmente l'esercizio di due differenti modalità d'azione, teorica ed etica, prevede il recupero e la risemantizzazione dell'antico concetto di “persona”. <La TeorEtica è il tentativo di pensare un modo condiviso in cui chi elabora un sapere è in grado di coinvolgere gli altri nella sua realizzazione.> La conoscenza, dunque, diventa un agire che non va solo contemplato ma praticato responsabilmente.<Non può stupire se l’approccio della TeorEtica ha un risvolto importante nell’attività dell’insegnamento: chi elabora un sapere, eticamente motivato, non può non condividerlo.>.

Fabris analizza, in forma di excursus, i modi in cui il riferimento al “principio”, nonché il principio stesso, si sono configurati nella storia del pensiero filosofico in termini che pretendevano di essere coinvolgenti, senza in realtà esserlo pienamente: l'elenchos di Aristotele, la prova anselmiana dell'esistenza di Dio, il principio del cogito in Cartesio, la trattazione kantiana dell'Io penso, l'autoaffermarsi dello Spirito nella speculazione di Hegel, l'essere heideggeriano. Il buon insegnante è quello che fa trasparire, nel suo parlare, la propria passione.

<Ogni atto comunicativo esprime e trasmette emozioni. Ma questa trasmissione non dev’essere necessariamente intesa nelle forme di una retorica che mira a solleticare gli istinti più o meno bassi degli interlocutori. Comunicare non significa colpire un bersaglio, tanto meno nel caso dell'insegnamento che ha il compito di creare uno spazio davvero comune nel quale si realizzi l’apprendimento e si venga motivati ad apprendere. Questa motivazione si ottiene sia salvaguardando la verità dei contenuti, sia esprimendo la veridicità di chi li trasmette. Chi apprende ben si accorge che tali condizioni sono rispettate e solo per questo può essere emotivamente coinvolto.> Avere successo con i propri studenti non equivale a <colpire il proprio target, che può valere per alcune forme di informazione, come ad esempio quella pubblicitaria.> E' in quest'ottica che si realizza un “filosofare performativo”, attraverso un dire che viene espresso <alla prima persona> e che si espone <in prima persona>, in cui la fiducia è parte fondamentale. <La fiducia è la condizione che consente il realizzarsi di una buona comunicazione. Intendo con ciò il fatto che non solamente siano trasmessi in maniera corretta e adeguata i contenuti dell'insegnamento, ma soprattutto che si verifichi quell’intesa senza la quale la trasmissione diventa qualcosa di semplicemente meccanico.>

Oggi, tuttavia, la credibilità dei maestri si è molto attenuata <Non ci si affida più a chi agisce in una dimensione raggiunta con sacrificio. I modelli che attualmente attraggono sono altri: quelli di chi ce l’ha fatta non con l’impegno ma con la fortuna; quelli che s’incarnano in stili di vita che non richiedono fatica per essere praticati. La televisione offre questi modelli e li propone come esempi nel quadro di un altro tipo di insegnamento, in cui basta essere quello che si è, senza sforzo, per ottenere il proprio scopo. Ecco perché, in definitiva, di maestri si può anche fare a meno. Ma se intendiamo l’insegnamento come un aiuto a cambiare, a migliorarsi e a raggiungere degli obiettivi, allora chi insegna deve non solo mostrare di saper fare ciò che insegna ma deve soprattutto essere credibile. In altre parole, deve saper coinvolgere nell’apprendimento e nella crescita morale e intellettuale. Per questi scopi la figura del maestro non è più sufficiente. L’insegnante non può, oggi, porsi semplicemente come un modello da imitare, ma dev’essere in grado di farsi seguire. Deve trasformarsi in testimone. Il testimone non si presenta come un modello astratto e distaccato ma è colui che mette in gioco se stesso nell’attività che compie, crede egli stesso in ciò che fa ed è disposto a spendersi per mostrare che quello che fa è cosa buona ben sapendo che, in tutto ciò, sono sempre presenti un rischio e una fatica. Il rischio è che questo comportamento non sia compreso; la fatica è quella di un agire che è compiuto nell’interesse altrui e che è volto all’altrui miglioramento. Senza però che vi siano garanzie, mai, che l’obbiettivo venga raggiunto.>

Il panorama delle nostre istituzioni scolastiche è talvolta desolante, con insegnanti di filosofia laureati in Giurisprudenza o di matematica con la laurea in scienze farmaceutiche, tuttavia <Oggi viviamo in una situazione di istruzione diffusa, nella quale soggetti credibili possono essere non solo gli insegnanti di professione – che spesso sono bravi – ma anche altre persone, capaci di mettere a disposizione degli altri le loro competenze, di condividere il modo di essere che è loro proprio e di trasformarsi, perciò, in punti riferimento per chi ne ha bisogno. Io stesso, che pure ho studiato e insegno filosofia, al liceo non ho avuto un insegnante che ha saputo comunicarmi la passione per questa materia. Lo ha fatto però un’altra persona, che non era tenuta a farlo e che perciò ha ancora, oggi, tutta la mia gratitudine.>

Pubblicato su <Il Borghese> Maggio 2010

Make a free website with Yola