Anni 70 a Roma Mostra

Maggio 2014 

GLI ESCLUSI

ANNI 70. ARTE A ROMA

Palazzo delle Esposizioni

di Anna Maria Santoro


La mostra Anni 70 Arte a Roma a Palazzo delle Esposizioni era stata inaugurata col sole, poco prima di Natale; si è conclusa il 2 marzo scorso in una giornata di pioggia alla porte della primavera, come se il tempo climatico fosse stato presago di un groviglio di contraddizioni trascinato come un fardello, con rimproveri e approvazioni, difficili da disbrogliare.

Era stata presentata come prosecuzione di una ricerca ch'era iniziata con due precedenti mostre in quello stesso luogo espositivo: una sul periodo dal dopoguerra al 1959, ideata da Maurizio Fagiolo dell'Arco, l'altra a cura di Maurizio Calvesi sugli anni 60.

Lungo i corridoi, tra il bianco asettico delle pareti che ammorbidivano le intenzioni delle immagini, scavando un distacco nell'anima c'erano le informazioni su come quelle opere fossero state concepite, realizzate ed esposte nel passato; in asse con l'entrata oltre la Rotonda, era stato collocato il pianoforte di Kounellis, nell'identica posizione occupata in una mostra del 1970 allestita in quello stesso luogo, e, come allora, era eseguito un brano del Nabucco di Verdi, con un suono che dalla tavola armonica si propagava e si ampliava per le stanze fino alle volte. Esattamente come 44 anni fa ma forse assecondando, oggi, un desiderio di tranquillità.

Una teoria di foto, scattate da Claudio Abate, Ugo Mulas, Massimo Piersanti, documentava quattro delle tantissime mostre di quel decennio, a Palazzo delle Esposizioni, alla galleria L'Attico, al Parcheggio di Villa Borghese e alla galleria La Salita, circondando l'opera centrale di Gino De Dominicis Il Tempo lo sbaglio lo spazio, con lo scheletro di un cane tenuto al guinzaglio dallo scheletro di un uomo con i pattini a rotelle.

Quell'excursus di opere, di autori italiani e stranieri che avevano lavorato, soggiornato ed esposto a Roma negli anni 70, alla sinistra e alla destra della Rotonda, proseguiva nella sala del Tutto, oltre la quale si passava alla seconda metà di quel decennio nel transetto e in altre quattro stanze; e riportava alla memoria l'attività di alcune gallerie, di salotti, gruppi e spazi autogestiti: La Tartaruga di Plinio De Martiis o il Lavatoio Contumaciale. <… Difficile citarli tutti. Abbiamo potuto selezionare le opere che secondo noi erano le più rappresentative …>.

La voce della curatrice Daniela Lancioni ha la chiarezza emotiva di chi sente il peso di una scelta. La si può ascoltare e riascoltare nei filmati, oggi pubblicati sul sito del Palazzo delle Esposizioni, che durante la mostra hanno documentato la presenza di alcuni protagonisti; di Achille Bonito Oliva, Fabio Sargentini, Baruchello, Patella...

Ma altrettanto chiaro è il biasimo, attraverso la voce di Fabio Sargentini: <Non dà emozione questa mostra> senza cedimenti né apprensioni, con il difetto di avere <come una scimitarra, tagliato quella che era la premessa …> E poi <Un dolce rimprovero a Daniela: Vito Acconci, perché non ce l'hai messo? … E Robert Whitman … Jack Smit …>. Erano anni <fiammeggianti>. Perché di Fabio Sargentini, oggi settantacinquenne, chi può mai dimenticare il suo spazio espositivo trasferito nel 1970 in un garage di Via Beccaria, chiuso nel 1976 con la storica performance dell'allagamento? E i Cavalli, veri, di Kounellis, messi, lì, in mostra? E lo Zodiaco vivente di Gino De Dominicis con un leone vivo; e la Simca con cui Merz arrivò da Torino e la espose direttamente in quel garage? Allora, a 29 anni, Sargentini aveva avuto il bisogno di desacralizzare le gallerie come luoghi di contemplazione, e utilizzare un posto che non fosse per oggetti immobili.

E ancora, attraverso i video si può ascoltare anche il rimprovero di Lombardo: <Pascali non c'è … Ceroli non c'è. … La ricerca rigorosamente sperimentale pubblicata ed esposta alla Galleria Jartrakor negli anni 70 è omessa senza spiegazione: Tamquam non esset>.

Ma in uno spazio di pochi metri, era impossibile portare tutti. Ad impossibilia nemo tenetur.

Ma se di esilio da questa mostra si desidera parlare, allora tornano alla memoria i nomi di tanti artisti esclusi, che nel figurativo vedevano conservato il respiro della vita, in controtendenza con quel decennio di sperimentazioni estreme, esorbitanti e appassionate.

C'era Bruno Caruso che nel 1970 aveva 43 anni; nel suo studio-appartamento al terzo piano in Via Mario De' Fiori all'angolo con Via Frattina, oggi è a Piazza del Colosseo, ospitava i suoi amici: Guttuso, che in quegli anni raccontava la sua autobiografia in pittura, Sciascia, palermitano come lui, e tanti altri. Si riunivano; si parlava d'arte, di scrittura e, soprattutto, di disegno. C'era Ennio Calabria, che nel 70 aveva scelto di lavorare in periferia, dove abita ancora oggi, per l'incoerenza tra forma e contenuto invece atipica del centro, e che al Fante di Spade e alla Nuova Pesa aveva fondato Il Pro e il Contro con Vespignani, Farulli, Attardi, Gianquinto, Guccione. C'era Franco Mulas, tuttora fedele al figurativo e presente, come tanti esclusi nella mostra, alla Quadriennale di quegli anni. C'era l'Alzaia vicino al Pantheon. Il Gabbiano. Il Girasole. E c'erano Afro, Angeli, Attardi, Colla, Ferroni, Ganna, Gnoli, Guccione, Levi Montalcini, Marotta, Mattia, Scialoja, Strazza, Sughi, Savinio, Tornabuoni, Turchiaro.

Ma in uno spazio di poche righe, è impossibile citare tutti, anche se il tempo, marginale, è spesso questo: esclusione; verità. Menzogna.


Pubblicato sul mesile Il Borghese, numero di Maggio 2014

 

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