Antonio Pimpini

  Luglio 2012

A COLLOQUIO CON ANTONIO PIMPINI

La proprietà popolare della moneta

a cura di Anna Maria Santoro

 


 

 

 


Antonio Pimpini. 48 anni. Patrocinante in Cassazione.

Quando nel 1986, ancora studente universitario, conosce il Professor Auriti per l'assegnazione del titolo della sua tesi di laurea, ne diventa subito amico. E' estate. <Eravamo a casa sua in largo delle Botteghe 3 a Guardiagrele.>. Dopo una lunga conversazione sugli studi <io avevo una piccola azienda agricola, lui mi dice “dove vai adesso?” “In campagna”. “Anch'io. Vuoi venire con me?”>

Da quel momento la loro frequentazione si fa assidua. Quotidiana.

Dopo la laurea nel 1987, diventa suo assistente e avvocato.

Esperto conoscitore della teoria auritiana sulla proprietà popolare della moneta che nel 1998 viene portata a compimento con la stampa e la circolazione del SIMEC, Pimpini continua a sostenere le idee del professore, ancora oggi a distanza di sei anni dalla sua scomparsa. Una filosofia della scienza monetaria derivante da una lettura attenta del De Rerum Novarum; un'applicazione della dottrina sociale della Chiesa basata sugli ideali di Giustizia; sulla convinzione che l'uomo, in quanto creazione da atto libero, non debba sottostare a usure o costrizioni.

<Quella che abbiamo oggi è una moneta che nasce di proprietà della banca che la emette per poi prestarla; è un sistema fondato sul debito, in cui l'individuo è ineludibilmente destinato al fallimento e al suicidio. La dottrina auritiana, invece, vuole una moneta che nasca di proprietà del popolo e venga ad ognuno accreditata come “reddito di cittadinanza”. L'emittente dunque non partecipa alla sua circolazione.

Il Professore ha sostenuto queste idee da sempre.

Durante le prime conferenze, la gente ci tirava le pietre. Ci dicevano “Siete dei matti”. Ci aggredivano, anche perché lui era visto come una persona di destra, marcatamente di destra e questo dava fastidio>.

Stime recenti informano che ogni bambino che nasce in Italia ha un debito pubblico di 90mila euro.

<Noi viviamo in una società di sacrifici. Dire che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro equivale a dire che è il prodotto ad essere ricchezza; è come negare il valore dell'uomo>.


In che misura l'entrata nell'UE e l'adozione dell'euro hanno influito sulla recessione?

<Solo in parte perché non è un problema di lira o di euro ma di natura giuridica della moneta, perché sia la lira che l'euro sono monete-debito, non monete-proprietà.


Se fosse stato attribuito un valore più basso all'euro, avremmo potuto evitare la crisi?

Un cambio più basso avrebbe sicuramente consentito una maggiore importazione e vendita dei prodotti italiani ma non avrebbe modificato nella sostanza la struttura del mercato, perché il discorso di fondo della grande truffa, con la quale un “tipografo” si trasforma in proprietario, rimane. C'è poi da aggiungere che l'UE non è un'unione politica e con il Trattato di Maastricht si è sancito che ciò che decide la BCE è assolutamente indiscutibile. La sovranità italiana oggi dipende dalla BCE, proprietaria della moneta in circolazione. E anche un'eventuale nostra volontà di reintrodurre la lira non sarebbe garanzia di miglioramento per la natura patologica della moneta>.


A maggio 2012 i leader del G8 si riuniscono a Camp David, dove è ribadito l'aupicio per la Grecia di rimanere nell'eurozona. Con un entuale ripristino della dracma, potrebbero esserci conseguenze sull'euro?

<Innanzitutto la rappresentanza dell'UE è stata fatta da soggetti, quale Barroso e Van Rompuy, che non hanno potere decisionale; inoltre, il fatto che tutti auspichino di continuare ad avere la Grecia all'interno del sistema monetario europeo, non è certo per il bene dei greci o per il bene comune dell'Europa, perché lo strozzino ha sempre bisogno del debitore; ma quand'anche la Grecia dovesse onorare tutti i debiti, impossibile dal punto di vista giuridico, contabile ed economico, i benefici non sarebbero certamente goduti dall'UE ma dalla greppia che sta alla BCE; anche un eventuale ripristino della dracma non avrebbe alcuna conseguenza sull'euro perché è una moneta-debito, come l'euro. Per riavere un minimo di speranza di sopravvivenza, il fondo monetario europeo, la banca mondiale e le banche di emissione devono essere distrutte, perché sono strutture che indebitano, non arricchiscono.


Che cosa pensa della “pazza idea” di Berlusconi e delle iniziative contro il signoraggio?

<Berlusconi aveva detto “La BCE deve stampare più euro, se non lo fa, lo facciamo fare dalla Zecca di Stato” il che vuol dire che, se fosse così letta, Berlusconi sembrerebbe aver compreso la filosofia auritiana; si stampa un euro di proprietà, da contrapporre all'euro-debito, attraverso la nostra Zecca. Se l'ha capito, un plauso a Berlusconi.

Alcune iniziative contro il signoraggio, ad esempio di Marra, sono apprezzabili ma l'introduzione del principio della moneta di proprietà del cittadino eliminerebbe tutte le altre consequenzialità, anche gli aspetti dell'anatocismo>.


Quali possibili strategie?

<Adotteremo una moneta territoriale a Santo Stefano di Sessanio. Con l'appoggio dell'Amministrazione comunale e del Presidente della Camera di Commercio de L'Aquila Lorenzo Santilli, lì faremo convegni, ricerche e studi.

Ci interessa che l'idea di Auriti sia diffusa il più possibile.

In aggiunta, un'iniziativa provocatoria sarebbe quella di trasformare i BOT da simboli di debito pubblico a nota di Stato, come fece Kennedy con l'ordine esecutivo 11.110 del 4 giugno 1963. Poco dopo fu ucciso e quel provvedimento non ebbe più applicazione. Ovviamente tali note, a differenza di quelle di Kennedy, dovranno essere dichiarate di proprietà del cittadino, altrimenti continueremmo ad avere un fantasma giuridico, che è lo Stato>.

 

Articolo pubblicato sul mensile IL BORGHESE nel mese di luglio 2012 


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