Claudio Bonichi e l'Agenda manzoniana 2009

Novembre 2009

A coloquio con

CLAUDIO BONICHI

 

di Anna Maria Santoro

 

 

65 anni, altissimo.

Il suo studio romano si affaccia su Largo Argentina, un’enorme stanza perfettamente ordinata dove il tempo è scandito da un lieve tremore della terra al passaggio del tram, come una scossa di terremoto che mette inquietudine ma che un crescente stridore metallico di freni sulle rotaie, avvisando di una causa diversa, fa subito placare; è il medesimo disorientamento che si prova davanti alle sue opere, i dipinti della “Nuova Metafisica”.

Il suo modo di parlare porta l’immaginazione a una dimensione irreale, con lunghe pause di silenzio interrotte dal caos che proviene dalle strade del centro della Capitale; urla di clacson e grida di sirene che giungono ovattate attraverso i vetri delle finestre. <Qual è la differenza tra Metafisica e Fisica? La Metafisica dà per scontata l’esistenza di una realtà perfettamente conoscibile ma noi sappiamo che la realtà non c’è, quindi la realtà è di per sé una metafisica.>

Di nuovo si ode il rumore delle ferraglie. Il tram lentamente si ferma. Pesantemente riparte come se non ne avesse la forza.

Per Bonichi il reale è una folla di apparizioni fugaci, di miraggi che si trasformano. “Mi seggo nello studio davanti al cavalletto - si legge in una sua lettera del 1999 - sul tavolino c’è una piccola mela bacata, accesa di colori: domani sarà sfatta e mi chiede di essere ricordata.

 

 

La dipingo meglio che posso,

 

 

 

credo di aver dipinto una mela, la chiamano natura morta e invece mi assomiglia, è il mio ritratto.”

Alla domanda se crede in Dio risponde che non lo sa: <Se mi guardo intorno e vedo quello che succede, qual è l’immagine a somiglianza di Dio al quale ci si è riferiti?>

Per lui un Dio che permette ingiustizie terrificanti è come uno di quei bambini che si diverte a staccare le ali alle mosche. Poi parla di Olmi e dei “Cento Chiodi” come un testamento di una coscienza in crisi: <quando il vecchio prete dice al giovane prete “Dio ti chiederà conto di tutto questo”, il ragazzo gli risponde “io chiederò conto a Lui di tutto quello che ha tollerato”.>

Di nuovo il tram.

Bonichi fuma una sigaretta, un’altra e un’altra ancora.

Parla della felicità il cui unico ostacolo è <chi pensa che avere significhi togliere agli altri.>

Tra arte e vita non c’è differenza: <Si vive come si dipinge, si dipinge come si vive e se si vuole dare una svolta al proprio lavoro, bisogna dare una svolta alla propria vita.>

Parla del tempo: del passato come riorganizzazione dei ricordi ai quali si dà ogni volta un significato diverso, enfatizzando o cancellando qualcosa. Il futuro sono invece le aspettative <ma se continuiamo a volere sempre le stesse cose e non cambiamo le aspettative, il futuro sarà uguale al passato.>

La stagione preferita: l’estate <Per gli antichi l’età dell’oro, la parte dell’anno più riconducibile all’infanzia.>

Da ragazzo cambiava spesso città perché il padre era un ufficiale di aviazione. L’unico riferimento: un piccolo paese del Piemonte dove ogni anno andava a trovare la nonna, nel mese di agosto, Montechiaro d’Acqui, per lui la sua <patria mentale.>

Un’infanzia vissuta da figlio unico, abbastanza solitaria; il suo compagno più caro era un cane lupo; poi c’erano tutti gli amici dei genitori e del nonno, il pittore Eso Peluzzi <di lui ho un ricordo fortissimo: un giorno, avevo circa tre anni, mi prese e mi portò ai funerali di Arturo Martini, era il 1947.>

Peluzzi lo teneva sempre al suo fianco mentre dipingeva: <rivedo le mani di mio nonno veloci sulla tavolozza, e il suo volto con il pennello sempre in bocca.

Spesso veniva a trovarlo Emilio Zanzi: discutevano appassionatamente su Casorati, Picasso e sulle mostre mentre giocavano con me a fare il treno: seduti su due sedie in fila, io ero quello che guidava e loro facevano finta di prendere i biglietti, salire e scendere mentre io imitavo il rumore della motrice.>

Nel 1979 conosce Alfredo Paglione. Tra loro nasce una profonda amicizia. Bonichi aveva fatto una mostra alla Galleria Fogola di Torino; lì era stato notato da Luigi Carluccio che aveva preso l’abitudine di andarlo a trovare. Fu lui a presentarglielo: <Alfredo era il gallerista più stimato in Italia; è stato l’incontro più importante della mia vita artistica. In lui ho trovato un carissimo amico, un complice, un uomo tenace, intelligente.>

Nel 2008 Paglione gli chiede di dipingere le tavole per l‘Agenda Manzoniana. Bonichi accetta ma solo perché gli viene data la possibilità di lavorare sull’Ode “Il 5 Maggio, <un discorso sul potere, sul destino dell’uomo, sul senso della vita e sulla tragica fine che sono destinate a fare le ambizioni.

Io ho studiato dai Gesuiti, tormentato nell’adolescenza da una domanda che mi veniva ripetuta ogni anno dal sacerdote che teneva il corso di religione, e questa domanda era “Qual è il senso della vita?” Un giorno ho trovato una risposta, all’improvviso, rivedendo “Luci della ribalta” in cui Chaplin dice: “La vita non ha un senso. La vita è desiderio.” Io trovo che questa sia la più bella risposta che si possa dare perché la vita è davvero desiderio: desiderio di luce, desiderio di conoscere, desiderio di essere; è la stessa cosa che fa vibrare e spingere a riprodursi tutte le creature che sono sul pianeta: dalle piante ai pesci, dagli insetti a tutto.

Non ho mai amato particolarmente Manzoni, preferisco Stendhal, perché non riuscivo a staccarmi da un’impressione scolastica: da quell’aria di saggezza che lo faceva diventare quasi un modello di vita, di riferimento. Poi, attraverso questo lavoro di ricerca, mi è stato restituito un autore diverso, un uomo distrutto dalle nevrosi, dai tic, impaurito dai temporali, spaventato a morte dalla pioggia al punto da tremare al semplice odore della terra bagnata. Tormentatissimo. E allora questa sua calma esteriore ho imparato a leggerla più profondamente. Un’altra cosa che mi ha sconcertato è il calco funebre di Napoleone realizzato dal medico: con il naso affilato, magro, quasi calvo, il collo secco: un uomo che non assomiglia affatto al Napoleone tarchiato che ci fanno vedere da tutte le parti.>

Per realizzare le tavole Bonichi studia volumi su battaglie, schieramenti, truppe, nomi di generali, tattiche, Waterloo <per mettermi in una situazione spirituale e mentale in sintonia con il soggetto.>

Fatte proprie le conoscenze storiche, arriva l’intuizione, la libera associazione, lo stato emozionale: <In pittura non c’è mai un processo logico e quando il cervello comincia a controllare quello che fa la mano, il quadro è finito.>

Nelle 13 tavole non ci sono citazioni dirette tra immagini e versi ma vi si percepisce la folla dei pensieri e tutto lo sgomento di Manzoni che in abito da camera, nel suo studio con le seggiole barocche, apprende della morte di Napoleone.

<E’ un’agenda, un oggetto legato a fatti augurali, e io voglio augurare a tutti i potenti orgogliosi, nefasti e sanguinari della Terra di trovare il loro 5 Maggio molto presto.>

Nelle opere è dipinto uno sguardo che spazia sulle devastazioni della guerra.

C’è una tavola dedicata alla Fortuna, con una carta strappata, circondata da alloro bruciato.

E il ritratto di un burattino.

In un’altra opera è rappresentato il tempo che devasta i fogli sui quali Napoleone aveva disegnato le strategie, le battaglie e le vittorie sperate: mappe viste “dopo”, ormai incenerite, quando i generali non sono più generali e i piani di combattimento falliti.

<C’è la tavola “Due volte nella polvere, due volte sull’altar” con la riproduzione, in una foto fatta a pezzi, dell’“Incoronazione” di David, accanto a mosche morte e foglie seccate dal fuoco. E una rosa dipinta, adagiata sulla copia manoscritta e capovolta, della sua abdicazione “conservata nel castello di Fontainebleau, perché è che lì Napoleone ha abdicato il 4 aprile del 1814, prima di andare a Sant’Elena: mi ha impressionato vedere la sua grafia incerta, con errori, macchie; Napoleone era un uomo colto, per qualsiasi campagna partisse, aveva al seguito almeno quattro carri pieni di libri, tutti rilegati.>

E c’è un’opera con l’impronta di una mano “e sparve”.


 

AGENDA MANZONIANA 2009

Sebbene la prima edizione sia del 2004, l’Agenda Manzoniana è già una tradizione nel mondo dell'arte: per la sintesi tra immagini e testo, per l’elegante veste editoriale e per la fama degli autori che ne curano le tavole illustrative.

Da un’idea del gallerista Alfredo Paglione, milanese di adozione ma abruzzese di origini, è realizzata dalla “Fondazione Carichieti” e dal “Centro Abruzzese di Studi Manzoniani”, un istituto nato dalla collaborazione tra l'Università “d'Annunzio” e la “Casa del Manzoni a Milano” situata in via Morone 1, oggi Museo, dove lo scrittore visse dal 1814 al 1873, anno della sua morte.

Presidente della “Casa del Manzoni a Milano” fu un amico di Paglione, Giancarlo Vigorelli, che la diresse dal 1982 al 2005 e scomparso all’età di 92 anni a Marina di Pietrasanta, luogo assai caro a Montale per “le sue scaglie di mare, i granelli di sabbia e la pietra”, nonché dimora di Michele Cascella fino allo scorso mese di giugno. Vigorelli, Montale, Cascella ma anche De Chirico, Vespignani, Campigli, e poi Ungaretti, Quasimodo, Sciascia, Gatto, come racconta Paglione, erano abituali frequentatori della sua “Galleria 32” nel capoluogo lombardo.

L’AGENDA: Ad eccezione della prima e della seconda edizione, del 2004 e 2005, nelle quali sono stati riprodotti gli acquerelli dipinti da Sassu tra il 1943 e il 1944 e le litografie che il pittore cremonese Gallo Gallina aveva realizzato tra il 1828 e il 1830 su commissione dell’editore della “Casa Ricordi” all‘indomani dell’uscita del romanzo manzoniano per essere vendute, all’epoca, in sei fascicoli mensili con due stampe ciascuno al prezzo di 6 L. austriache in carta della China e di L. 4 austriache in carta velina, dal 2006 sull’agenda vengono pubblicate le opere che ogni anno un artista di chiara fama viene invitato a realizzare, appositamente, ispirandosi a un capolavoro manzoniano. Nel 2006 l’agenda ha pubblicato le opere di Carlo Cattaneo su “Gli Inni Sacri”; nel 2007 le tavole di Bruno Caruso sulla “Storia della Colonna Infame”, ovvero la storia di una colonna eretta per ricordare l’atroce morte toccata, nel 1630, al commissario di sanità Guglielmo Piazza e a Gian Giacomo Mora sospettati di essere degli untori. Il racconto, scritto dal Manzoni nel 1823 come narrazione accessoria al capitolo dei “Promessi Sposi” sulla pestilenza, uscì nella tarda estate del 1842. L‘agenda del 2008 propone le opere di Piero Vignozzi sui luoghi e i paesaggi manzoniani: “strade e stradette”, “quel ramo”, “ciottoli che facevano inciampo”, con scorci, dettagli.

Il 2009 ospita Claudio Bonichi che si ispira a “Il 5 Maggio”, l’Ode che Manzoni scrisse di getto in soli tre giorni, dopo che il 16 luglio del 1821 apprese della morte di Napoleone dalla“Gazzetta di Milano”, notizia giunta tardiva in Europa: Napoleone era morto a Sant‘Elena il 5 Maggio. La censura austriaca aveva vietato la pubblicazione dell’ode ma una copia, tradotta in tedesco da Goethe, venne pubblicata sulla rivista “Ueber Kunst und Alterthum”.

Sono 13 le tavole realizzate da Bonichi: ad acquerello, matita, china e collage.

 

 

Pubblicato su <Il Giornale della Frentania> Novembre 2009


 

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