Francesco Hayez

 

a Milano fino al 21 febbraio

FRANCESCO HAYEZ


di Anna Maria Santoro


Tra il traffico e lo smog che soffoca il respiro, nel cuore di Milano s'impone per la sua bellezza il manifesto Il Bacio, riproduzione dell'opera dipinta da Francesco Hayez nel 1859. Toglie, davvero, quel pochissimo respiro che rimane, e fa pensare ai versi di Prèvert: I ragazzi che si amano si baciano in piedi / Contro le porte della notte / E i passanti li segnano a dito.

Quell'immagine così famosa, che nell'arte asseconda la voluttà dell'estetica nel suo senso originario di αἴσθησις sensazione, rimanda alla mostra dell'artista, curata da Mazzocca alle Gallerie d'Italia.


L'interno del palazzo in cui è ubicata, ampio e arioso, si dilata in un assetto equilibrato di campate che si aprono attorno all'intera linea perimetrale: su ciascun arco, di ogni campata, si sovrappone una bifora e, sopra ancora, disegni geometrici scanditi da lesene; con una volta a lucernario con girali arabescate.

Dà un senso di chiarezza e d'illusione quella sala dell'ingresso che accoglie, varcata la biglietteria, le sculture del Canova e di Vincenzo Vela, rispettivamente maestro e seguace di Hayez: la Maddalena Penitente firmata e datata Canova Roma 1790, accasciata e vestita con un panno che le copre a malapena solo i fianchi, la Desolazione di Vincenzo Vela, e le pose, dei corpi delle statue, fanno da prologo alle tele e agli affreschi di Francesco Hayez collocati, invece, negli spazi delle campate, e accomunati da quella dignità della creatura umana che si rivela agli uomini di fede o di amore; originale, primitiva, inerente a tutti gli esseri che sentono, amano, soffrono, scrive Mazzini nel 1841. 

Benché nato poverissimo, a Venezia nel 1791 da madre veneta e padre di origini francesi che lo affidano alle cure di uno zio antiquario, Hayez conosce gloria e prosperità.

Esordisce col neoclassicismo a Roma ma poi si afferma, a Milano, come protagonista del Movimento Romantico e del Risorgimento, riportando in pittura gli eventi storici a lui contemporanei, e li interpreta come fosse un poeta.

E' giovanissimo, appena ventunenne, quando vince il primo premio del concorso di pittura all'Accademia di Belle Arti di Brera col famoso Laocoonte, il sacerdote della mitologia greca che rappresenta in un impianto corale, con un dolore ammucchiato in una veste bianca che ne lenisce il dramma.

Leggiadro in nostalgie luminescenti e sentimenti senza tempo, lo vedono all'opera i Musei Vaticani, i palazzi privati e i dipinti monumentali a Roma, Venezia, Milano e Vienna; e poi Napoli e Palermo. E a Milano, quando comincia ad insegnare all'Accademia di Brera nel 1822, dapprima supplente del professore di pittura Luigi Sabatelli, per rimanervi titolare della cattedra fino al 1880, scrive nel suo Programma: Nella scuola si alterneranno lo studio dei panneggiamenti, l'esercizio di segnare a memoria quello già disegnato dal vero; improntare li diversi movimenti del corpo umano; segnare sulla lavagna e finalmente comporre, dietro lettura della storia.

Le opere esposte invocano un piacere che illude; disillude. E poi lusinga. I nudi soggiogano la scena; e le figure, anche quelle lascive che insidiano il pensiero coi riti di Afrodite, celano eventi, della storia, che nascondono messaggi di politica.

Nella prima sala, accanto alla Famiglia del pittore con il primo autoritratto del 1807, c'è il famoso Laocoonte. Seguono, nell'aula attigua, le lunette del ciclo degli affreschi realizzati nel 1819 per decorare l'ufficio della Borsa di Venezia. E poi Sansone, del 1842: Nel Sansone, scrive nelle Memorie, avendo avuto la fortuna d'un bellissimo modello il quale presentava tutte le antiche forme della scultura greca … credo di essere riuscito a rendere una figura con quel carattere nobile e forte che portava il soggetto.

Spesso, Hayez inserisce la propria immagine all'interno dei dipinti, col suo sguardo volto allo spettatore, a testimoniare la sua presenza, attiva, ai conflitti armati della rivoluzione.



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Partecipa alle Cinque Giornale di Milano e le ricorda nel dipinto Meditazione, allegoria dell'Italia che ritrae, per fuorviare la censura austriaca, come fanciulla intimorita e con il seno scoperto; tra le mani: una croce datata 1848 e un libro dal titolo Storia d'Italia.

Sebbene faccia pensare agli epigrammi di Callimaco e ai versi di Catullo, anche il Bacio, esposto nelle tre versioni del 1859, del 1861 e del 1867, ha dissimile epistemologia: presentato a tre mesi dal vittorioso ingresso a Milano del futuro re d'Italia Vittorio Emanuele II, e del suo alleato Napoleone III, l'abbigliamento dei due amanti compone le tinte del tricolore italiano e francese, come abbraccio tra le due nazioni.

Alla mostra alle Gallerie d'Italia, si affianca l'esposizione alla Sala Napoleonica dell'Accademia, curata da Francesca Valli, con la ricostruzione del suo studio, con ottanta disegni, e taccuini, e stampe e libri appartenuti a lui, perché è lì, nelle aule e nei loggiati di quel palazzo, che Hayez è vissuto e ha insegnato a lungo.


Dipinge rapido. Trascorre giornate intere solo, nel suo studio, di cui apre egli stesso la porta, scrive Mazzini nel 1841, e non ha nulla di quella affettata apparenza, prediletta da tanti pittori.

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Pubblicato sul mensile Il Borghese, numero di febbraio 2016



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