Gianfranco Gorgoni

  Bomba Giugno 2011

A COLLOQUIO CON GIANFRANCO GORGONI

IL MONDO DA UNA CAMERA

a cura di Anna Maria Santoro

  

Classe 1941. Nasce a Roma il 24 dicembre. Lo sguardo sul mistero della vita, Gianfranco Gorgoni sa fermare i momenti della musica, della preghiera, dell'arte, della ragion di Stato per il Time, l'Espresso, il New York Times, il Paris Match e il Newsweek con Almirante, Moro, Craxi, Carter, Allende, Arafat, Pinochet, Alfonsin, Zia ul-Hac; il Papa; Jimi Hendrix e Bob Marley; Capote; Carl Andre, Bruce Nauman, Mario Merz, Sol LeWitt, Dan Flavin, Rauschenberg.

Per Garcia Marquez <sa penetrare profondamente nella storia>, con orgoglio assopito dalla mitezza.

<Ho perso i genitori in un incidente, a 12 anni>.

Quando, orfano, viene mandato a vivere con i nonni materni a Bomba, quel paesino di poche anime dell'entroterra abruzzese che guarda il lago da un'altura, <paradiso nelle vacanze dalla scuola>, non gli si addice più. Si sente <un ragazzino di città> e nel 1958 va a Milano. Di giorno lavora nei negozi, di notte frequenta gli studiosi che di lì a poco avrebbero fondato il Nuovo Canzoniere Italiano.

Nell'estate del 1965 parte per Londra. <Era il periodo del Carnaby Street, dei Figli dei Fiori, dei Beatles. Rimasi scioccato>. Con la macchinetta appesa al collo cattura le immagini più stravaganti, mordendo la strada con le scarpe.

<Non avevo mai fatto fotografie >.

Quando decide di tornare in Italia, attraversata La Manica, cambia rotta; Parigi, Monaco; tutta l'Europa in autostop.

Per vivere si arrangia.

Torna a Milano che è ottobre e per stampare i rullini s'improvvisa fattorino consegnando le strenne di casa in casa. <Le foto erano così belle che decisi di lavorare allo “Studio Orti” a Porta Romana in via Lamarmora, dove facevano cartoni animati e film e poi, come assistente, in un atelier frequentato dai nomi noti della celluloide>. Lì, tra uno scatto e l'altro di Franco Rubartelli a Veruschka e Donyale Luna, fotografa le modelle durante una pausa, con indosso i gioielli di Arnaldo Pomodoro. Realizza un'infinità di copertine per giornali di moda fino ad aprire uno studio tutto suo a Porta Ticinese. <Ma io avevo il pallino dell'America. “Arnaldo, voglio andare a New York”, dicevo a Pomodoro> <Ma sì, un giorno ci andrai>.

Quando s'imbarca a Genova, su un cargo dell'Italsider perché non ha i soldi per l'aereo, offre in cambio un servizio fotografico. E' novembre del 1968.

Il viaggio dura 14 giorni finché la sorte non lo lascia nel West Village, con la valigia e un pacco di fotografie, a bussare alla porta di un attore del The Open Theatre, da lui ritratto a Milano. <Le foto sono belle. Quanto costano? Ho una stanza in più, puoi stare lì finché non trovi>. Ci rimane tre mesi, lavorando per l'Espresso.

Un giorno Mauro Calamandrei gli commissiona alcuni scatti per un articolo sull'arte. E' allora che Gorgoni si rivolge a Leo Castelli, per incontrare Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Jasper Johns; in quell'occasione fotografa gli sconosciuti pionieri delle avanguardie e questo suscita l'interesse del gallerista che gli fa incontrare Alan Solomon, direttore del Jewish Museum a New York: <Arrivai a casa sua e lo trovai a letto per una grave malattia, assistito da un'infermiera>. Mentre parlano, Solomon gli muore d'infarto davanti agli occhi. Gorgoni telefona a Leo <E adesso? Mi arrestano perché non ho il visto rinnovato>. Castelli arriva di corsa, gli suggerisce di andarsene e chiama la polizia; poi, leggendo gli appunti di Solomon, decide di pubblicargli quelle foto, nel The new avant-garde of the 70, organizzandogli anche una mostra.

Gorgoni torna in Italia a primavera. Con un progetto e con un libro, per rimanere nei luoghi amati. <Invece a Milano trovai le guerre dei fotografi! Allora ho detto no; non fa per me. Ho preso e sono ripartito per New York>.

Parte per fermarsi. Guardare. Catturare le immagini dal mondo: gli smeraldi della Colombia; le sculture dei Maya e il fascino della Bolivia. In Cile, <c'era ancora Allende. Poi Pinochet>, assiste alle manifestazioni del 72 e quando chiama il Time, <Ho fotografato la protesta dei camionisti>, e manda i rullini, ci fanno la copertina.

<Ogni scatto ha una storia>. E' come rubare l'anima. <La prima cosa che i politici vogliono fare è sedersi alla scrivania; allora devi costruire qualcosa e non è semplice>, come con Carter: <Ero a Washington per il New York Times. Pioggia a dirotto. “Signor Presidente avrei un'idea: una foto fuori”. Quello guardò dalla finestra e io “mi fissi un altro appuntamento”. Era venerdì. Lo incontrai il lunedì successivo. Poi è venuta una foto bella come dicevo io>.

Tra le persone conosciute c'è anche Almirante, a Roma <uno studio pieno di bandiere. Gentilissimo. Ha parlato con me a lungo; ha voluto sapere chi ero e che cosa facevo in America>.

Quando alle Politiche del 1976 la copertina del Time è “La minaccia rossa in Italia” <la mia foto a Berlinguer venne con un'espressione così dolce che non poterono usarla; non si addiceva al titolo e dovettero ricorrere a un disegno>.

Giovanni Paolo II lo fotografa per tre cover: a giugno del 1979 in Polonia, per il Time; poi per il New York Times a Roma, dove “ruba” uno scatto confondendosi tra gli assistenti dei malati: <sfilai la macchinetta dalla giacca, all'improvviso. Il Papa si ritrasse. C'era anche Marcinkus che respingeva la folla con un bastone nascosto da un giornale>; la terza volta, un mese dopo, nell'ottobre del 79 per il Time, in occasione del viaggio di Woityla a New York: quando sale sull'aereo con il Papa, gli mostra la copertina del New York Times con quello scatto rubato <Santità, come arriviamo in America l'aspetta questo> <Che bella fooootò però mi hai fatto un po' brutto!> <Santità, me la firmi>.

Per gli artisti, invece, è un amico di viaggio: con Lichtenstein va a cavallo; con Rosenquist in motoscafo nel Golfo del Messico <con una bottiglia di champagne in mezzo al mare, ci sorprendeva la pioggia>; o in macchina con Beuys <si fermò e fece una performance buttandosi in un acquitrino, poi mi regalò il suo cappello. Era il 1971>.

Con Smithson, conosciuto al Max's Kansas City, il bar degli artisti vicino all'Actor's Studio con i camerieri aspiranti attori, fa il viaggio nello Utah e fotografa lo Spiral Jetty in tutte le sue fasi di realizzazione nel Great Salt Lake.

Qualche anno fa James Rosenquist lo va a trovare a Bomba dove ha restaurato un'antica casa di mattoni <voleva venire anche Merz; Spagnulo; o Mattiacci che però non viene mai>.

Pubblicato su "il Borghese" numero di Giugno 2011



 


 

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