Giuliano Vangi

 Marzo 2015

GIULIANO VANGI

INCONSCIO E MATERIA

MACRO Testaccio - Roma


di Anna Maria Santoro



Classe 1931, pronuncia la g in modo sibilante, richiamando alla memoria la valle dov'è nato, tra il crinale dell'Appennino e il fiume Arno, non lontano dalla terra di Giotto e Beato Angelico, dove il suono del linguaggio pare acquisito dalla dolcezza di quel paesaggio su cui poggiano castelli e ville, rendendo musicale anche il parlato quotidiano. Giuliano Vangi conserva ancora quel modo di discorrere della Toscana, nonostante a lungo sia vissuto altrove.


Dopo gli studi all'Istituto d'Arte e all'Accademia di Firenze, si reca a Roma. Poi a Milano. Ma ben presto mi resi conto che non era il mio ambiente. Il clima di quegli anni era goliardico; e più che lavorare, si parlava e si beveva molto, … rimasi deluso, conversa con Alfredo Fiz a Pietrasanta a settembre del 2014.

Si trasferisce a San Paulo del Brasile per qualche anno e nel 1961 torna in Italia dopo un viaggio negli Stati Uniti.

Guardare le sue opere è oggi come sfogliare Cent'anni di solitudine, dove il lettore incontra i personaggi di Marquez dai nomi sempre uguali, che nascono, crescono; partoriscono i figli. E i figli altri figli, in cicli ininterrotti di vita e morte, dove il tempo pare procedere in avanti e invece torna indietro, nella replica di azioni sempre uguali; esattamente come il giorno può donare il risveglio e riti quotidiani, con intervalli che assicurano novità, nell'illusoria traduzione di un destino che può essere migliorato.

Similmente, Giuliano Vangi presenta l'uomo che appartiene a una memoria che nel mito cela le ambiguità; che s'innamora di violenza e di bellezza; che il tempo muta nella sua forma plastica ma non nelle emozioni. Così, con uno sguardo etico sulla realtà, lo modella nella creta; vi appoggia le mani ad occhi chiusi per pensare a una figura vista; eliminare, ad occhi chiusi, tutte le cose non interessanti perché rimanga, nella mente, la sintesi.

Da febbraio a giugno di quest'anno è testimonial di Arteinsieme.

A gennaio si è conclusa la sua mostra al Macro Testaccio a Roma, curata da Gabriele Simongini e allestita da Mario Botta in due grandi padiglioni con gli ingressi l'uno di fronte all'altro, contrapposti nel contenuto ma visivamente uniti da un tappeto-guida blu Klein, la stessa tinta che all'interno conclude la visione dell'esposizione, in segno di speranza.


Sullo sfondo del Macro c'è Big Bambù, l'installazione permanente di Mike e Doug Starn; alta trentatré metri; è costruita da rade canne messe a sbieco, allacciate da corde colorate in pochi punti di contatto. A salirci, si ha paura se si guarda verso il basso, perché il suolo man mano si allontana; ma l'entusiasmo cresce se si guarda verso l'alto. In ridiscesa, invece, lo scricchiolio del bambù dà luogo, ad ogni passo, a emozioni contrastanti.


Ugualmente, Giuliano Vangi ci consegna la sua arte, sulla scia di ambiguità della natura umana: Ulisse, ὀδύσσομαι (odýssomai), odiare oppure essere odiato; è l'imponenza di una statura di granito alta tre metri; a giragli lentamente intorno, un secondo volto e una fessura inducono a pensare a due immagini affiancate. Tornati al punto di partenza, si ha certezza di un'unica figura in un un blocco di marmo intero.


La stessa sorpresa è rievocata, benché forme e materiali siano diversi, nel Vincitore in gesso patinato, in C'era una volta in resina dipinta, in Veio, con un centauro in bronzo su una moto Triumph Tigre trasformata nelle ruote e nella sella, con un elmo antico al posto del casco e un giubbotto di pelle invece della corazza; oppure in Ragazzo in piedi, con gli occhi di vetro che sono protesi per non vedenti e una dentiera in bocca: rappresenta la protesta del 2011 degli indignados in Spagna contro il potere finanziario.

Uomo e animale in bronzo, Il Vincitore in gesso patinato, Katrina, Uomo con le mani in tasca; e poi La bruma del mattino, Veronica al mare, Ragazza con capelli biondi sono brandelli recisi dalla cronaca.


La scultura di Vangi non vuol essere originale ma originaria, e per questo capace di concretizzare un “presente antichissimo” come diceva Pessoa, scrive sul catalogo Gabriele Simongini, curatore della mostra al Testaccio. Tornano in mente le storiche interviste di suo padre, Franco Simongini, per la Rai, e i suoi incontri col Maestro Vangi negli anni Ottanta rinnovati, oggi, in un documentario di Raffaele Simongini, fratello del curatore.


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Ogni materia dà possibilità diverse; Vangi la sceglie; la lavora con pazienza nei dettagli dei graniti a piani larghi, del bronzo, del legno e del ferro, acciaio, rame, oro, nichel, avorio, quarzite e resina; talvolta insieme nella stessa opera d'arte come ad Arezzo, nei tre luoghi liturgici del presbiterio della cattedrale gotica: nella scultura policroma dell'angelo in volo per l'altare, usa il nichel con l'argento, il bronzo per i capelli, l'avorio per gli occhi; tre tipi di marmo per il pulpito; e il marmo di Carrara per la poltrona vescovile.

Le sue opere si trovano nelle chiese, piazze e gallerie di tutto il mondo, anche in Giappone, nella città di Mishima ai piedi del monte Fuji dove è stato inaugurato il Museo Vangi nel 2002, un edificio di 2.000 metri quadrati e un parco di 30.000, in cui svettano le sue cento statue, tra bianche luci interne e bianchi basamenti esterni.

Articolo pubblicato sul mensile Il Borghese, Marzo 2015



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