Il Guerriero di Capestrano e Guerriero di Mimmo Paladino

Febbraio 2011

 Il GUERRIERO DI CAPESTRANO

e "GUERRIERO" DI Mimmo Paladino in una mostra curata da Gabriele Simongini

di Anna Maria Santoro

 MA KUPRI KORAM OPSUT ANI[NI]S RAKI NEVII POMP[UNE]I. L'iscrizione che dal basso verso l'alto è scolpita sul puntello della statua italica conservata al Museo Archeologico di Villa Frigerj a Chieti, che per luogo di rinvenimento, maestosità e panoplia è designata Guerriero di Capestrano, divide da sempre gli studiosi: ME BELLA IMMAGINE FECE ANINIS PER IL RE NEVIO POMPULEDIO ma anche ME BELLA IMMAGINE FECE FARE ANIS RAKINELIS PER NEVIO POMPUNEI dove la parola RAKI, non più tradotta RE, diventa parte del nome proprio RAKINELIS, vale a dire il nome di un personaggio che, morto POMPUNEI appartenente alla classe egemone, fece erigere questa scultura funeraria in suo onore. Ma c'è una terza interpretazione, lontana dal carattere rigoroso della scienza; prendendo come riferimento la gematria e rapportando i valori numerici delle lettere alla tabella interpretativa del codice aureo, si legge: “MISTERI DEL CREATO”,VELOCITA' DELLA LUCE”.

Analogamente, alle indagini che per comparazione riconducono l'ampiezza del bacino e la robustezza delle gambe del Guerriero di Capestrano ai canoni stilistici dell'età protostorica, come suggeriscono i ritrovamenti della più antica stele di Guardiagrele o di Penna Sant'Andrea o le “Gambe del diavolo” di Collelongo e il torso di Rapino,

fanno da contraltare le temerarie conclusioni che ne legano le fattezze fisiche al faraone

Akhenaton.

Benché gli archeologi abbiano decifrato diversi elementi, sorprende come il reperto continui ad essere considerato enigmatico: probabilmente per la maschera che copre il volto o le ampie dimensioni del copricapo.

  

  Da gennaio è alloggiato in una sala espositiva che Mimmo Paladino ha del tutto mutato impregnando le pareti di storia con incisioni, graffiti e un andamento ad ellisse che giocando con le luci sull'antica statua, ne riconsegna poeticamente le ombre.

 

Per Gabriele Simongini, Paladino “ha scelto di entrare con rispetto, misura e circospezione nel Museo Archeologico di Villa Frigerj, sulla scia dell'aura che circonda il Guerriero, per dargli una nuova casa, una sala sospesa in una dimensione senza tempo” e “con una mirabile intuizione spaziale; applicando la proporzione aurea, il cerchio del copricapo con il suo modulo di 65 cm genera un'ellissoide (il cui asse principale è 13 volte il modulo mentre l'altro equivale a circa sette volte e mezzo) che dà forma curva alla sala, spazio fluido, continuo, sospeso”.

L'idea di concepire il Museo di Chieti come luogo di visita per i cultori dell'archeologia ma anche per gli appassionati di arte contemporanea nasce quasi per caso, in un incontro nello studio dell'artista a Piazza Navona al quale partecipa anche il Soprintendente Andrea Pessina: <E' stato un anno fa. Eravamo io, Alfredo Paglione, Gabriele Simongini, Nicola Fiorillo e il Presidente della Fondazione Carichieti Mario Di Nisio che aveva pensato di riaprire i battenti di Palazzo De Mayo con una mostra di Paladino> dopo un restauro curato dalla stessa Fondazione, proprietaria dell'immobile.

<In quell’occasione, il maestro aveva dichiarato il suo interesse per il Guerriero di Capestrano e aveva quindi chiesto che venisse verificata la possibilità di esporre una sua opera anche all'interno del Museo Archeologico, contemporaneamente alla mostra al De Mayo.

Parlando del fascino che ha questa scultura arcaica, mi venne in mente, anziché fare un'estemporanea di due o tre mesi, di legare il suo nome in maniera più duratura al Guerriero. Mi ero reso conto che nelle sue opere c'è spesso un richiamo al passato e all'arte antica.

L'idea è nata anche da un'altra riflessione: era in corso già allora il rifacimento del resto dell'esposizione archeologica e nella sala del Guerriero, che noi stavamo per preparare, l'opera era collocata correttamente all'interno di un percorso che era però eminentemente storico, archeologico, quindi si spiegava il luogo, si spiegava la cronologia. Ora, tutte queste cose che sono necessarie, sono corrette, però di fatto mortificavano l'opera perché veniva a perdersi quel fascino che indubbiamente il Guerriero di Capestrano ha; e mi ero chiesto se non si poteva trovare il modo per cambiare, almeno in parte, la maniera tradizionale che noi abbiamo nei musei archeologici di esporre il materiale.

Il maestro si prese qualche settimana prima di rispondere, poi accettò con entusiasmo.

La cosa che piace è che indubbiamente Paladino ha visto l'opera con occhi completamente diversi da quelli di un archeologo> senza trascurare l'importanza del documento storico, così oggi il visitatore <entrando in questa sala, troverà anche un po' di quel pizzico di suggestione che dovevano provare le popolazioni del VI secolo a.C. quando arrivavano in visita alla necropoli di Capestrano>.

Il volume sul nuovo allestimento del Museo Archeologico, con le fotografie di Gianfranco Gorgoni e una critica di Enzo Di Martino, viaggia in parallelo con il catalogo della mostra interamente curata da Simongini a Palazzo De Mayo, “Mimmo Paladino e il nuovo Guerriero. La scultura come cosmogonia” che, inaugurata a gennaio contemporaneamente alla nuova sala espositiva del Guerriero di Capestrano, a differenza si concluderà ad aprile.

Da Villa Frigej vi si arriva rapidamente: superato il giardino di querce, oltrepassando il filare di tigli e l'antica chiesa eretta dall'Arciconfraternita della Santissima Trinità dei pellegrini nel 1586, si giunge a Corso Marrucino. Ed è lì, sul lato sud-est che da Vicolo chiuso di San Domenico giunge a Largo Teatro Vecchio passando per Vico dei Veneziani, che si estende l'antico Palazzo Cinquecentesco De Mayo. Nel 1907 i suoi locali ospitarono Comandi di Divisioni Militari ed è qui, come ricorda il Presidente della Carichieti Di Nisio, che “il 10 Settembre 1943 furono decisi lo scioglimento dell'Esercito Italiano e la formazione, rimasta sulla carta, dell'Esercito del Re”.

L'“Elmo” e il “Carro” realizzati in bronzo e acciaio, collocati nel cortile accanto al pozzo fanno da prologo alle opere al primo piano; tra queste, 75 sculture create tra il 1984 e il 2010 rappresentano “un corredo reinventato, visionario, ironico, sorprendente” a difesa di “Guerriero”, l'opera in terracotta di 2 metri e 56 concepita con un richiamo simbolico al Guerriero di Capestrano, con teorie di tegole poste ai fianchi, sul dorso e ai piedi della statua, con segni che ne scalfiscono il corpo del tutto simili ai graffiti da lui incisi sulle pareti del Museo Archeologico; l'artista stesso, nel dialogo con Simongini: “La tegola in alto, che si incrocia con la mano, traccia una diagonale che dal corpo arriva idealmente al copricapo. In definitiva il mio Guerriero è disarmato”, così, “il Guerriero di Paladino sembra aver deposto le armi e abbandonato il suo potenziale ruolo distruttivo per trasformarsi, invece, in positivo edificatore”.


Pubblicato su "il Borghese", numero di Febbrario 2011 (qui parzialmente modificato) 

  

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