Il Quartiere della Maggiolina a Milano

Maggio 2018

MILANO

IL QUATIERE MAGGIOLINA

 di Anna Maria Santoro

 

Percorrere a piedi le strade di Milano significa, talvolta, scoprire luoghi che avanzano inattesi, segnati da incredibili bizzarrie che predispongono il cammino alla curiosità. E’ questo il caso della Maggiolina.

Benché poco distante dalla caotica Stazione Centrale, è un quartiere talmente silenzioso da dare l’impressione di stare in un minuscolo paese.

                

 Per Maggiolina oggi s’intende quell’area compresa tra via Sondrio, via Melchiorre Gioia, via Pallanza e via Arbe e che ingloba, non solo il vero e proprio quartiere storico della Maggiolina che è nei pressi di piazza Carbonari e così detto da un’antica cascina là costruita nel XVI secolo e abbattuta nel 1920, ma anche altre tre zone che ne costituiscono, in realtà, il suo prolungamento verso Nord, ossia il quartiere Mirabello, l’isolato dell’Istituto Fascista Autonomo Case Popolari Rodolfo Carabelli e il Villaggio dei Giornalisti.

Nel Villaggio dei Giornalisti sorgeva un tempo, al civico 28 di via Torelli Viollier, un ristorante detto Maggiolina che, demolito, darà il nome a un grande complesso residenziale costruito al suo posto negli anni Settanta e chiuso da un recinto, Villaggio Maggiolina per l’appunto, dando adito alla confusione nominale col vicinissimo quartiere. Ecco perché, oggi, per Maggiolina si intende tutta la zona che si dilata fino al Villaggio dei Giornalisti incluso.


Anticamente tutta l’area è campagna aperta. Il suo assetto muta nel 1889, anno di approvazione del primo piano regolatore a cura dell’ingegnere Cesare Beruto che prevede l’espansione di Milano attorno alle mura esterne, con la costruzione di piccole case con il giardino. Nel 1912 viene approvato il secondo piano regolatore e nel 1934 il terzo.




Oggi, la bellezza della Maggiolina ha inizio, procedendo verso Nord, nei pressi del Giardino Aldo Protti che si affaccia su via Sondrio, popolato da merli neri; il loro canto, flautato, rallegra gli spazi tra le piccole case della vicina via Timavo. Costruite nel 1912, sono denominate dei ferrovieri, perché all’origine destinate al ceto degli impiegati delle Ferrovie. Sono a schiera, a forma di parallelepipedo, con balconi semplici e ringhiere di ferro battuto, con due o tre ingressi per due o tre appartamenti che si sviluppano ciascuno su due piani. Nel 1920 viene aggiunta la parte decorativa sulle facciate, con putti, cornucopie e scacchiere in stile neorinascimentale.



Proseguendo verso via Giacomo Carissimi, all’altezza del civico 21 si arriva in una via privata a ciottoli, denominata Gasparo da Salò. Ha l’accesso sbarrato e fa pensare alla Piccola Londra del quartiere Flaminio a Roma. I giardini, dalla folta vegetazione, sono pieni di fiori. C’è perfino un banano. Sotterraneo, vi scorre il fiume Seveso.





A pochi metri, a piazza Carbonari numero 2 c’è il condominio del 1961 dell’architetto Luigi Caccia Dominioni. E’ a nove piani, interamente rivestito da clinker, con la disposizione asimmetrica delle finestre a filo facciata. 






                                                                                                                                                    

Superati via Maggiolina e il sottopasso con la Street Art e i sacchi a pelo rifugio dei clochard, ci s’imbatte nell’antico acquedotto di Milano. Poco più avanti, un cavalcavia segna il confine tra altissimi palazzi e le villette situate in via Antonio Ghislanzoni, in direzione del quartiere Mirabello con la villa omonima. 

      

Nate tra il 1908 e il 1927 per i dirigenti delle grandi aziende come Pirelli e Feltrinelli, che nel 1908 si erano insediate in questa zona, esse hanno uno sviluppo architettonico che richiamano le ville medicee, con colonne, capitelli, mascheroni e mensole.



Da lì, si arriva in via Vassallo col complesso delle case di edilizia popolare fascista Rodolfo Carabelli, progettato nel 1939 dall’ingegnere Gaetano Angilella: l’architettura, razionalista, ha finiture e finestre semplici ed essenziali. 



Nel Villaggio dei giornalisti ci si entra poco più in là. Esso nasce su iniziativa di Mario Cerati redattore de Il Secolo che, nel 1911, dopo essersi lamentato in un editoriale che tanto era stato fatto per le classi operaie e nulla per il ceto dei liberi professionisti, si fa promotore di una società di costruzioni i cui primi soci sono proprio i suoi colleghi.



In via Perrone di San Martino numero 8 c’è La Palafitta, la famosa casa del 1934 costruita a due piani sospesi su pilastri altissimi, progettata e poi abitata dall’architetto razionalista Luigi Figini e pubblicata sulle riviste di tutto il mondo. Tra i suoi pilastri c’è il giardino.



Gli Igloo sono a pochi metri, in via Lepanto, detta anche la strada degli gnomi. Sembra di stare dentro a una fiaba: realizzati dall’ingegnere Mario Cavallé nel 1946, essi hanno un’altezza di 3 metri, il diametro di 7 e la superficie di 45 metri quadrati su due livelli: uno al di sopra del piano strada, e l’altro sotterraneo e accessibile solo dall’esterno.

Tra una foto e l’altra sbuca un proprietario. Si presenta: Ezio Sapi. Declinare il suo invito a visitarla sarebbe davvero un peccato. Si entra, tra l’incredulo e il curioso. Le pareti, ricurve, abbracciano come un’abside.      

Pubblicato sul mensile Il Borghese, numero di maggio 2018


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