Paola Mastrocola

 22 Maggio 2011

presentazione del libro, Pinacoteca Barbella, Chieti

A COLLOQUIO CON

PAOLA MASTROCOLA

TOGLIAMO IL DISTRURBO

 

di Anna Maria Santoro


Se nel 1923 Giovanni Gentile aveva pensato a un tipo d'istruzione d'élite, ispirata alla Legge Casati e in grado di preparare al linguaggio verbale e alle conoscenze letterarie, nella scuola di oggi ha vinto un liceo di massa, <sempre più generico, che rischia di non insegnare più niente a nessuno>.

Il 26 giugno 2010 Gian Luigi Beccaria scrive che l'impoverimento del lessico dei giovani è dovuto, in parte, a una conoscenza sempre più rarefatta del latino.

 

<Da qualche anno osservo che in prima liceo i ragazzi hanno scarsa capacità di parola; i temi sono un'accozzaglia di pensierini slegati e ortograficamente e grammaticalmente scorretti; la coerenza logica è inesistente. I colleghi delle scuole elementari e medie hanno lavorato e lavorano bene> ma allora, che cosa sta accadendo?

Paola Mastrocola, insignita dei premi Campiello, Calvino e finalista Strega, è anche insegnante di lettere in un liceo scientifico ed è questo il punto d'osservazione del suo ultimo libro “Togliamo il disturbo”, una dissertazione sugli studenti; un progetto d'insegnamento nuovo; un excursus sulle teorie della scuola e le disamine di Gentile, Gramsci, don Milani, Rodari, del gruppo GISCEL, Berlinguer, Raffaele De Simone, Francesco Antinucci, Charles Fadel.

 

I programmi, che progressivamente aboliscono il latino che educa alla meditazione, stanno condannando intere generazioni a non saper più leggere Dante, Machiavelli, Tasso, Kafka, Buzzati. In una sorta di battaglia antigentiliana c'è la tendenza a piegare lo studio all'utilità pratica.

 

<Con le tesi del 1975 è passato il messaggio di non fare più ortografia, perché non è democratico> con un disprezzo, mutuato dal Sessantotto, per la parola “nozione”.

Ma se la “nozione” rappresenta per Kant il concetto puro, in quanto ha la sua origine unicamente nell'intelletto, allora avere nozione di qualcosa vuol dire sapere. <I grandi pedagogisti e i linguisti, però, ci dicono che il mondo è cambiato e che l'apprendimento non passa più attraverso la parola. Il sistema è diventato visivo-esperienziale con l'idea di una scuola del fare che, se guardiamo solo gli ultimi dieci anni, è un'idea che viene da Berlinguer, passa attraverso la Moratti; poi Fioroni e Gelmini.

Internet è uno strumento meraviglioso, ma per chi le cose le sa già. Dante possiamo anche proiettarlo; Benigni va benissimo> poi, però, la Divina Commedia andrebbe anche studiata, perché ogni terzina <è un abisso di stratificazioni storiche e linguistiche. Rilke diceva che i libri a un certo punto si fanno carne e sangue. Per Eliot un giovane che comincia a scrivere una poesia ha la penna gravata di secoli>, invece la proliferazione dei concorsi letterari fa passare l'idea che la scrittura sia oggi solo creatività, <uno spontaneismo che io mi sento di combattere>.

Nella parte del libro “Breve storia del nonstudio” si legge: <Quando la sinistra va al governo, dal 1996 al 2001, e Berlinguer è Ministro dell'Istruzione, i numeri dei nostri diplomati e laureati sono troppo bassi … di qui la Riforma della scuola secondaria e il nuovo sistema universitario del 3+2 che di fatto, se non nelle intenzioni, ha abbassato inesorabilmente il livello d'istruzione>.

Mastrocola riceve una stroncatura da Tullio De Mauro: <Io dovrei vergognarmi perché vedo l'insegnante come depositario di un sapere che si riversa negli studenti, a mo' di imbuto? Ho un dubbio: se lo studio è necessario e si basa sul linguaggio verbale ma noi non lo insegnamo più, non è che per caso avevamo questo piccolo problema, che si chiama “scuola di massa”, e l'abbiamo risolto ingannando? Tutti quelli che ho citato nel mio libro, a partire da De Mauro, hanno studiato meglio e molto più di me e della mia generazione, hanno scritto libri, possiedono capacità retorica e oratoria, e adesso ci vengono a dire che non dobbiamo riversare a imbuto il nostro sapere negli allievi? Non sarà che lo studio è qualcosa di difficile, che esige sacrificio, e quindi non possiamo chiederlo a tutti ma comunque vogliamo dire che noi accogliamo tutti? Questa “scuola di massa” che abbiamo costruito da 40 anni, siamo sicuri che abbia realmente agevolato la massa? Pensiamo alle scelte delle famiglie più elevate, che sanno perfettamente quale scuola far fare ai loro figli: i licei classici; possibilmente privati; possibilmente tenuti da preti; possibilmente anche all'estero. Come mai? Non riesco a far finta di niente>.

Nel 2009 Mastrocola fa parte di una commissione ministeriale: <Ho provato a suggerire alcune proposte, a invertire un po' la rotta, che è europea, ma non mi davano ascolto. Mi sono dimessa e ho scritto il libro, perché credo nella forza dei libri>.

E il donmilanismo e il Rodarismo?: <Don Milani l'ho letto nel 2004. Lo ammiro per quello che ha fatto perché ai suoi tempi l'istruzione era poco attenta alle classi svantaggiate, ma io parlo dell'uso che è stato fatto del suo libro e delle sue idee. Chi non la pensa come me mi oppone sempre don Milani sebbene io abbia il problema opposto, perché parlo di alunni di famiglie benestanti che non studiano e il pomeriggio hanno una serie di cose molto più divertenti: l'iPod, facebook, gli sms, le chat, il motorino, la palestra, Internet, la musica, twitter, skype>. L'insegnamento privilegia la socializzazione, i lavori in gruppo, i viaggi, le attività extra; non contempla più il logos e alle superiori scrivono “cené, c'è ne, c'è né, cé ne”, e “azzione”.

<Andiamo verso una formazione dittatoriale, delle relazioni e del fare, molto poco democratica perché ignora totalmente una percentuale di ragazzi, un 20% o 30%, che STUDIA. Calpestare questa piccola minoranza, che ha diritto di esistere, mi disturba. Sono stufa dell'imposizione, più sociale che altro, del liceo a tutti i costi, sempre più impoverito>. Gli attuali 6 licei della Riforma Gelmini, 4 dei quali ex Istituti Tecnici, sono un <ibrido non chiarito>.

Mastrocola propone tre linee di istruzione, W, C, K, con una libertà, nella scelta, di ispirazione camusiana “secondo il grande motto di Nietzsche, non regnerà più il giudice ma il creatore, che sia lavoratore o intellettuale”: la Work-school, ovvero la scuola del lavoro tecnico-operativo per chi vuole subito imparare un mestiere dove, comunque, si studino epica e latino; la knowledge-school, un liceo classico <senza fratture tra letteratura e scienza, come nell'umanesimo> per chi vuole studiare in modo ricostruttivo-simbolico e, in mezzo, la communication-school, più tecnologica secondo uno stile visivo-esperienziale. <Ma temo che ci sarà un'egemonia totale solo su quest'idea di scuola. Quindi, io, toglierò il disturbo>.

 

Pubblicato su <Il Borghese>, numero di Luglio 2011



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