Una lettera a Gino

Chieti 26 Giugno 2002

UNA LETTERA

A GINO SABATINI ODOARDI

 di Anna Maria Santoro

 

 Caro Gino,

sono ripartita da Alanno, dal tuo studio di Alanno, da un’ora e da un’ora non penso che al nostro incontro: <per lavorare ho bisogno di questi spazi – mi hai detto – di questo paese piccolissimo di tremila abitanti. Tu hai visto che tranquillità c’è qui; riesci proprio a respirare.> Alcune delle tue opere, hai precisato, le hai progettate a Roma, in una minuscola stanza di un condominio, al quarto piano. Ma poi, per realizzarle, hai cercato il silenzio in un paesino dell’entroterra abruzzese: in una torre medioevale con i muri impregnati di storia e la volta a cupola che gioca con le voci rimandandone gli echi, dove oggi pomeriggio abbiamo a lungo parlato: di Heidegger e Wittgenstein, di McLuhan e di Bataille, sulla inadeguatezza del linguaggio verbale e le suscettibilità dei giochi linguistici, sui criteri strutturali della comunicazione e l’elaborazione di un pensiero del non-sapere; sulle ricerche di Duchamp, Carmelo Bene e Filliou, da te condivise, e sull’identità tra arte e vita.

Hai argomentato sui limiti della ragione. Con Veemenza. 

Mi hai mostrato i tuoi ultimi lavori: i paradossi dei bicchieri “riempiti con gli oceani”, il biberon colmo di “inchiostro materno” e alcune pagine dell’"Osservatore Romano” degli anni Trenta e Quaranta profanate con scritte prese in prestito dal linguaggio dei giochi informatici; in una sorta di agnosticità cattolica al di fuori di ogni egemonia religiosa hai continuato a utilizzare gli stessi mezzi di un tempo, i liquidi e i simboli sacri, per creare altri “miracoli”, i tuoi nuovi miracoli: così, al vino che nelle tue opere di qualche tempo fa  avevi mantenuto obliquo in un bicchiere, quasi in competizione con il mistero della transustanziazione, oggi hai sostituito “gli oceani”, dove le folle “si perdono in un bicchier d’acqua”; e il saio francescano simbolo del silenzio, che allora avevi serigrafato con testate giornalistiche, ora lo surroghi violando la stampa del Vaticano.

Caro amico, sono affascinata dal tuo modo di fare arte. Un’arte che è sfida: una sfida intellettuale che si rinnova nella creazione di situazioni sempre più complesse e sempre più difficilmente risolvibili.

Un’arte che è il resoconto analitico delle tue avventure mentali.

Le tue ricerche formali e il tuo linguaggio espressivo esprimono, attraverso  giochi razionali, un’ansia metafisica che si misura continuamente con la divinità, ma intendono anche invitare l’uomo, troppo spesso anestetizzato dall’inganno e dalle menzogne dei mezzi mediatici, a riflettere.

<L’uomo – mi hai detto – dovrebbe guardare il mondo in maniera utopica, da poeta d’altri tempi.>

“Poeticamente abita l’uomo su questa terra", scriveva Holderlin.

E infatti la tua arte è sinestesia; e se un tempo essa era una sfida, fine a se stessa, ai limiti della ragione, oggi è superamento di quella stessa ragione: è invito a cogliere con l’intuizione ciò che la mente non può comprendere.

La tua arte è un invito al silenzio.

E ha bisogno di silenzio per essere realizzata.

Un silenzio che anch’io oggi pomeriggio, nel tuo studio ad Alanno, ho udito, raro e desueto.

E mentre in macchina faccio rientro a Chieti registrando questi pensieri, mi tornano alla mente alcuni versi di Montale, scritti quando aveva quasi la tua età:

 

“In quei silenzi in cui le cose/ si abbandonano e sembrano vicine/ a tradire il loro ultimo segreto,/ talora ci si aspetta/ di scoprire uno sbaglio di Natura,/ il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,/ il filo da disbrogliare che finalmente ci metta/ nel mezzo di una verità.”

Grazie per la tua verità.

Grazie, carissimo amico, per il tuo invito. 

Con affetto, ti abbraccio in silenzio

Anna Maria Santoro


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