Donatella Di Pietrantonio

 Maggio 2011

A COLLOQUIO CON

DONATELLA DI PIETRANTONIO


C'ERA UNA VOLTA ovvero MIA MADRE E' UN FIUME

di Anna Maria Santoro

Una volta la politica andava di casa in casa, per le campagne; ci si sedeva alla tavola apparecchiata dei contadini; si mangiava; si chiedevano i voti. Era il tempo del sapone fatto in casa con il grasso del maiale e la soda caustica; una lampada ad acetilene per la notte; i pantaloni di terital; il gregge custodito al pascolo e l'emigrazione per sopravvivere. Senz'acqua corrente nelle case dei mezzadri, ci si lavava a pezzi nei catini. E' un racconto che sa di antico, in terra teramana. Per orizzonte la Majella Madre, con il profilo della Bella Addormentata. <Narro eventi di appena qualche decennio fa, nel mio romanzo, eppure sembra un mondo arcaico. Da bambina abitavo in un luogo simile e la sera, accanto al fuoco con la mia famiglia, sentivo raccontare i fatti delle contrade>.

Mia madre è un fiume” di Donatella Di Pietrantonio, classe 1962, non è un'autobiografia ma la descrizione, inventata, di un rapporto difficile tra madre e figlia al quale fanno da sfondo storie vere in piccoli paesi, primitivi per isolamento geografico. Vero è l'analfabetismo; vere la società patriarcale e le violenze intrafamiliari tratteggiate; veri i rapporti che negli anni Sessanta e Settanta si stabilivano tra i politici democristiani e gli elettori.

Così, sfogliando le arrendevoli pagine: “Il sindaco di Tossicia scelse il ministro Lorenzo Natali come padrino di battesimo per il suo terzogenito. Con l'occasione lo invitò a visitare la contrada più lontana, la nostra … la ruspa arrivò al confine della frazione alcuni mesi dopo”. Alias Lorenzo Natali Pierucci Bondicchi, nato a Firenze ma vissuto a L'Aquila. Più volte Ministro, dei Lavori Pubblici dal 24 giugno al 12 dicembre del 1968 col II Governo Leone e dal 5 agosto 1969 al 27 marzo 1970 durante il II Governo Rumor, fece costruire diverse strade in territorio abruzzese.

<Ai tempi del liceo eravamo tutti rivoluzionari e mi scandalizzavo del costume dell'epoca. Ricordo che prima delle elezioni arrivavano grandi pacchi di pasta in campagna; una carta azzurra avvolgeva quei lunghi maccheroni. I maccheroni della DC! Si promettevano posti di lavoro e pensavo che peggio non potesse accadere. Poi mi sono ricreduta. Oggi si fanno le cene elettorali ed è consuetudine sentire “Ma quello ti può fare i favori!” E che piacere può fare? Dico io. Insomma, ci si vende per molto meno>.

Riprendendo la lettura: “Il primo giorno di scuola ad Atri nessuna maestra mi voleva, perché venivo dalle pluriclassi di montagna”.

Donatella Di Pietrantonio ha frequentato per davvero una pluriclasse. <In una scuola con pochissimi alunni, ero sola in quarta elementare. Il maestro aveva terza, quarta e quinta e dopo aver sistemato tutti gli altri, dedicava un po' di tempo a me. Lo ricordo con gratitudine. Oggi non ho fiducia negli accorpamenti previsti dalla riforma, incentrata troppo sul risparmio, per cui le novità che introduce> benché siano tante <le guardo con pregiudizio>.

Il romanzo non indulge ad un mondo bucolico ma al rimpianto di legami perduti: “Portavi il gregge al pascolo, le capre ti facevano dannare” e dopo il trasferimento da Tossicia ad Atri “le mucche erano nervose. Per qualche tempo ancora le avete riportate in montagna d'estate, poi l'ergastolo nella stalla. Il sapore del latte non è stato più lo stesso, mancavano i fiori … Il nuovo ambiente non si addiceva alle capre … Il latte è diminuito, erano tristi. La capra non bela, canta, e loro non cantavano più”.

<Nostalgia?! Sì, di quel rapporto diretto tra l'uomo e la natura, l'uomo e le piante, l'uomo e gli animali; della possibilità che avevano i contadini e i pastori di seguire le loro creature per l'intero ciclo: piantare la pianta e farla crescere fino al consumo. Oggi gli extracomunitari si dedicano ai lavori che non vogliamo più fare; ci hanno sostituiti in questa relazione; mi viene tristezza quando nelle case di campagna vedo il formaggio del supermercato, con il cellophane; o se penso ai lavori scomparsi>. Mondare il grano, togliere le pietre dai campi. <Erano rituali, momenti aggreganti che davano corpo al senso di comunità; ma forse questo si avverte ancora nelle piccole e medie imprese. Come a Penne, dove vivo. C'è la Brioni. Le operaie, che a mano rifiniscono gli abiti, concorrono con orgoglio a un obiettivo d'eccellenza>.

E c'è un altro aspetto non taciuto: la consuetudine della cultura contadina che non cedeva al tempo dell'affetto per i figli ma solo ai gesti del normale accudimento: “Avevo una madre inaccessibile, separata … La inseguivo … con l'andatura dimessa di un cane pulcioso. Solo la notte la raggiungevo, infilandomi nel suo letto. Annusavo dai capelli l'ordine del giorno trascorso: stalla delle mucche, pecorino fresco, foraggio, peperoni fritti. … Certe volte la odio. … Non l'ho superata. Non le ho perdonato niente”.

Da ultimo, lo stile. Inusuale. Donatella Di Piettantonio non è solo scrittrice; fa l'odontoiatra; laureata a L'Aquila nel 1986.

Non usa virgolette né corsivo e con straordinaria spregiudicatezza parla di taiaticci, vattanne e mirricane. Passa da un interlocutore all'altro con estrema rapidità: “In quel momento è venuto il gatto e mi ha detto miao”. Oppure, sulla gradinata dell'antica casa: “Annuso la pietra bianca; ha l'odore buono di tutte le piogge trascorse. Mia madre mi sorprende così, sui pori del travertino. No, non mi sento male, stai tranquilla. Mi era caduta una moneta”.

Ama il flusso ininterrotto della stesura. <Da ragazza scrivevo in modo ampolloso, frasi lunghe piene di subordinate, quasi volessi ostentare la mia bravura. Il maestro di quarta elementare, quello della pluriclasse, mi bacchettava: “Hai usato dieci parole quando ne bastavano tre.” Quelle lezioni sono state utili.

La mia lingua madre è il dialetto>. Ne fa un uso semantico. <Lo traduco in qualche modo in italiano, come se entrasse strutturalmente nella lingua>.

Infine le metafore. Tante, come per la morte “eccola nella nebbia, la faccia sul volante contorto … Il grigio deve averle invaso il cuore e lei si è dimenticata di vivere”.

Pubblicato su "Il Borghese", numero di Maggio 2011

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