Filosofia al mare conversazioni sull'arte

Francavilla al mare (CH) 5, 6 e 7 luglio 2018

FILOSOFIA AL MARE 

Conversazioni sull'arte d’estate

 

di Anna Maria Santoro

 

Di notte l’Adriatico è misterioso e il suo colore, verde come i pascoli dei monti nelle liriche dannunziane, diventa cupo rendendo inaccessibile alla vista l’orizzonte. Ne cancella i confini che la luce del giorno scandisce tra cielo e acqua. Lieve, si sente il rumore delle onde a Francavilla al mare, il luogo in cui Michetti era solito ospitare il Vate insieme a Francesco Polo Tosti e Costantino Barbella nella sua dimora, ch’era un convento quattrocentesco oggi noto come Cenacolo di d’Annunzio, e nel quale soleva accogliere anche Scarfoglio e Matilde Serao.

D’estate la piccola cittadina, con l’odore della salsedine misto al profumo rasserenante delle vacanze, accoglie le parole dei filosofi. Non è un festival come quello di Modena Carpi e Sassuolo, che alle disamine affianca mostre, performance, letture, musica, cinema, teatro e tutto quello che della cultura può affascinare ed essere oggetto di gran festa. Si tratta invece di Filosofia al mare, amabili conversazioni che nel mese di luglio, dopo attente lezioni magistrali di sera, i filosofi intrattengono con il pubblico fino a tardi, quest’anno sull’arte. Nel 1950 Gombrich scriveva che non esiste una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo, con terra colorata, tracciavano alla meglio le forme dei bisonti sulle pareti delle caverne, e oggi comprano i colori.

Otto sono i colloqui nel silenzio delle notti sul mare, con sette filosofi e un artista.



Marcello Barison ha un modo di porsi affabile e spensierato, forse a causa della sua età; ha appena trentaquattro anni benché alle spalle abbia già molti lavori alla University of Chicago. Parla di Visibile e invisibile: “Che vediamo quando guardiamo un’opera d’arte? E’ l’immagine di qualcosa, che pur rimane assente. E tra una cosa e il suo nome, qual è la corrispondenza? E’ una adaequatio intellectus ad rem, un adeguamento dell’intelletto alla cosa, che per i greci era orthotes (ὀρθότης), cioè correttezza e conformità, ma anche alétheia, (ἀλήθεια), tradotta come verità e rendere visibile ciò che è nascosto”. Rothko, ad esempio, vedeva l’interno della natura delle cose, che gli restituiva una realtà diversa da quella iniziale.

La lectio magistralis di Roberta De Monticelli è Esercitare i sensi: le avventure della percezione estetica. Parla non di cosa viene rappresentato ma del come, che a sua volta rimanda a qualità terziarie, costituite da valori, sicché nel quadro Albero rosso di Mondrian noi non vi vediamo l’albero, ma il vigore e l’armonia. In quest’ottica, forse, è giusto sostituire alla parola rappresentazione la parola presentazione perché siamo di fronte a un’empatia, a un esprit de finesse, e a un effetto felicitante che è un qualcosa in te che si risveglia.

Quando è il momento di conversare con Francesca Rigotti e Remo Bodei sui temi Arte: solo perturbante? e La fine dell’arte bella, il cielo non è più stellato. Piove a dirotto. Ci si ripara nell’auditorium di Palazzo Sirena, un edificio con un’opera di Mitoraj incastonata sulla facciata che fronteggia il mare. L’atmosfera è ancor più familiare. “Oggi l’arte non è più bellezza, deve essere sorpresa a tutti i costi” - la voce di Rigotti è ferma - “ma sorprendere, vuol dire stringere da sopra, quindi opprime, e la paura è la peculiarità della nostra epoca”.

Per Remo Bodei l’arte è il tentativo di dare senso a ciò che è incommensurabile, quindi la differenza non è tra bello e brutto, ma tra significante e insignificante, che oggi, spesso, si fa passare per sperimentalismo.



Il discorso di Cacciari, sui numeri e sull’armonia, collima con la dissertazione di Mimmo Paladino che nelle sue opere accorda arcaismo e modernità in una grande geometria che tutto regola: “le figure non ritraggono ma evocano”. La presenza artistica riempie l’uomo di meraviglia, suscita il trauma (τραῦμα), sicché le forme di Paladino hanno a che fare non con le immagini ma con l’arché (ἀρχή), ossia il principio delle cose. L’opera dona senso, non ha senso. Se nel passato l’arte permetteva di essere capita immediatamente, oggi la comprensione estetica si fa sempre più complessa: John Cage, ad esempio, è difficile da interpretare. Si pensa, allora, alla sequenza di Fibonacci: nulla in natura è affidato al caso, ma tutto è rigorosamente costruito, secondo rapporti costanti che rimandano al numero irrazionale 1,6, che ritroviamo in molte opere, come quelle di Fidia, nel Partenone o l’Uomo Vitruviano di Leonardo.

I dialoghi con Claudia Baracchi e Vito Mancuso sono entrambi legati a una visione spirituale. Iniziano con la lettura dell’epitaffio di Sicilo inciso su una stele funeraria databile tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C.: Finché vivi risplendi. “Se per Platone la bellezza è ciò di cui ogni altra cosa splende, allora il bello è l’apparire, con quella particolare pienezza che fa dire: la vita stessa è un’opera d’arte”. Analogamente Mancuso: “Lo scopo dell’arte non è che la ricerca del cuore che si è smarrito”.

Articolo pubblicato sul mensile Il Borghese, numero di ottobre 2018


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