Vittorio Sgarbi Viaggio sentimentale nell'Italia dei desideri

Marzo 2011

A COLLOQUIO CON VITTORIO SGARBI

Viaggio sentimentale nell'Italia dei desideri 

a cura di Anna Maria Santoro


Quando nel 1951 avviene l'alluvione nel Polesine “il primo pensiero fu subito rivolto alla mia famiglia che risiedeva a Stienta… Decisi di recarmi da loro, lasciando mia moglie Rina, allora in attesa di Vittorio… Montato su un ciclomotore, raggiunsi così la sponda del Po ...” nello scritto del padre di Sgarbi il ricordo della furia devastatrice delle acque è ancora vivo. E' lì che il fiume straripa: a Occhiobello; venti chilometri prima di Ro. Quella tragedia precede, di qualche mese, la nascita del figlio Vittorio.

In molti si mobilitano ad aiutare il Polesine e tra questi tanti pittori, con un contributo d'arte: accorre Corrado Cagli, per “capire le cause e le conseguenze”; Tono Zancanaro, che testimonia quel dramma in disegni e incisioni quasi naïf; Gabriele Mucchi, che fa della donna il simbolo dell'alluvione; Marisa Occari Zampini allieva di Morandi e nativa di Stienta; Galileo Chini; e Armando Pizzinato; Ernesto Treccani; e lo scultore Marino Mazzacurati.

Gli eventi che Vittorio Sgarbi racconta nel suo ultimo libro, “Viaggio sentimentale nell'Italia dei desideri”, sono frammenti di memoria privata, rari e desueti, inseriti in un più ampio contesto descrittivo di arte e borghi: “Capita, talvolta, che alcune opere siano così legate a una città da bastare a motivarvi il viaggio”.

Non è un testo di critica <ma di scrittura e nella scrittura qualunque cosa può legittimamente entrare.

Non dovevo seguire delle regole.

Non seguo mai le regole>.

Così, nel lento sfogliare delle pagine, capita di leggere su luoghi come Montegabbione, un piccolo paese umbro dove si trova la Scarzuola, adagiata su un declivio alle spalle di un convento francescano: è la “città ideale” costruita da Tommaso Buzzi tra il 1956 e il 1981 con torri, teatri, piramidi e templi che riprendono “l'architettura antica, il mondo classico e le suggestini di Vitruvio, Borromini e Palladio”; oppure su Oplonti, il sito archeologico vicino a Torre Annunziata “molto più piccolo di Pompei ma di qualità e livello di conservazione sorprendenti, come fosse cinque volte la Villa dei Misteri... Eppure non ci va nessuno”; o Siegesplatz a Bolzano dove si trova il Siegesdenkmal, progettato da Marcello Piacentini ed eretto nel 1926 per celebrare la Prima Guerra Mondiale: <un monumento continuamente minacciato di essere abbattuto, perché segnala la presenza dell'Italia in una terra che vede la vittoria del 15-18 come un elemento di contraddizione>, un'architettura fascista che sul cornicione e nell'arco accoglie le sculture di Dazzi, Libero Andreotti, Adolfo Wildt, Fabio Filzi, Damiano Chiesa, Giovanni Prini, <maestri del Novecento, in parte dimenticati>.

<Io non ho fatto niente di più di quello che fa la guida del Touring, con la differenza che la guida del Touring indica tutto e io solo alcune cose, meno conosciute, in un viaggio evocativo, prevalentemente pittorico>.

A Longhi, Arcangeli e Brandi fa talvolta riferimento, come talvolta cede alla celebrazione di sé ricordando la sua candidatura nelle elezioni amministrative di San Severino Marche: “pensai che fosse possibile trasmettere, insieme alla politica, anche i valori culturali”, come nel passato avevano fatto Giovanni Gentile e Benedetto Croce. Così, negli anni Novanta, realizza “Il gotico nelle Marche”, una mostra itinerante da Fermo a Fabriano, da San Severino a Urbino, alla quale non può non seguire “Il Rinascimento nelle Marche” perché, “in realtà, il Rinascimento è proprio di questa regione, più ancora, quasi, che della Toscana”.

L'affermazione dello studioso nasce dalla constatazione che alcuni fenomeni, non marginali, hanno origine nel territorio tra l'Abruzzo, l'Umbria e l'Emilia: <penso a Gentile da Fabriano, oltre che a Salimbeni ed altri che hanno avuto un'attività più sporadica e prevalentemente marchigiana, mentre Gentile da Fabriano ha lavorato a Venezia e a Firenze, quindi nelle capitali.

C'è un Rinascimento, dunque, che rimane collegato ai luoghi, e può anche essere ritenuto locale, e un Rinascimento che invece, partendo dalle Marche, marchigiano è Gentile, si diffonde nelle aree prevalenti che sono Firenze e Venezia.

Poi, nelle Marche, c'è tutta la testimonianza della pittura veneta: i grandi veneti scendono lungo l'Adriatico e lasciano capolavori; da Giovanni Bellini a Vivarini a Lorenzo Lotto a Crivelli.

Da un lato, quindi, c'è un marchigiano che va verso Firenze e Venezia, dall'altro, i veneziani che scendono nelle Marche>.

Una regione con “un Rinascimento pieno” anche nelle inflessioni vernacolari, “che sono ancora più poetiche”, con Ludovico Urbani o Lorenzo D'Alessandro detto Il Severinate, “assolutamente sconosciuto rispetto al suo merito”, che ha lasciato testimonianze a fresco nella chiesa di Santa Maria di Piazza Alta a Sarnano dove, nell'impianto monumentale delle figure, del San Giovanni Battista in particolare, “è già vicino alla lezione di Mantegna o di Bellini”.

Nei cinque anni che vanno dal 1470 al 1475, “a Pesaro Bellini invia la meravigliosa Pala dell'Incoronazione che va oltre tutta la cultura tardo-gotica precedente” e Lorenzo D'Alessandro ne è perfettamente allineato: “Forse ha affinato questa sensibilità attraverso i camerti; forse San Severino e Camerino dialogavano; quello che qui si vede potrebbe essere frutto della mediazione dei pittori di Camerino che avevano visto le opere di Squarcione e Mantegna a Padova>.

E ci sono altri esempi che testimoniano l'appartenenza di Lorenzo D'Alessandro a un clima di pieno Rinascimento: l'affresco della Madonna con Bambino nella chiesa della Maestà a Parolito, dove il giardino e la forza del Salvatore sembrano rimandare a Masaccio, e il Battesimo di Cristo, oggi alla Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, dove il rapporto tra figura umana e spazio è vicino a quello che, negli stessi anni, stava proponendo Giovanni Bellini.

Il Rinascimento marchigiano “non si può limitare al pur grandissimo nome di Raffaello” ma è necessario restituire alla conoscenza universale “le testimonianze figurative di grandi pittori che restano tali, pur se il loro nome non è tra i più noti. E il nostro tentativo è farli conoscere”.

Divulgatore, politico, critico, storico dell'arte. Per tutta la sua adolescenza Sgarbi pensa che la bellezza possa abitare solo nelle parole dei testi letterari. Lo racconta nel suo libro: quando per la prima volta vede la Cappella Sistina e, quattordicenne, si spinge con la lambretta fino alla Cappella degli Scrovegni a Padova, l'impressione che ne riceve “non è gradevolissima”. Solo una scultura riuscirà a liberarlo dal suo isolamento cartaceo: il monumento funebre a Ilaria del Carretto, un nome “insolitamente poetico”, pronunciato dallo zio in una delle sue appassionanti conversazioni.

Tra i ricordi affiora anche un pomeriggio di fine estate del 1987 con Sciascia e Bufalino a Ragusa dove, durante i lavori di restauro del palazzo della prefettura, erano stati rinvenuti gli affreschi di Duilio Cambellotti con le immagini del duce e di alcuni gerarchi, al di sotto di stoffe e carta da parati incollate dopo la caduta del fascismo.

Così, sottolineando i valori dell'arte attraverso la letteratura: <Nel Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2011, all'Arsenale (a cura di Sgarbi), ci saranno artisti segnalati dai più grandi scrittori, ,filosofi e pensatori del nostro tempo; risarciremo, così, quel rapporto tra letteratura, filosofia e pittura che si era interrotto con la morte di Moravia, Enzo Siciliano, Pasolini, Sciascia, Testori>.

E se dovesse decidere una dimora, per sempre? <Penso Istambul>. Ma!? <In Italia? Napoli! Perché mi piacciono i posti incasinati>. Istambul?! <Perché è abbastanza incasinata. Come Napoli>

 

Pubblicato su "Il Borghese" di Marzo 2011


 

Make a free website with Yola