BIENNALE DI VENEZIA 2019 

(58esima edizione)

MY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES

LA VERNICE


di Anna Maria Santoro




 All’alba Venezia è ancora addormentata. Il vento e la pioggia la sfiancano e i campielli sono nudi di folla.

 La città sembra emersa "dall’acqua, come al tocco di una bacchetta di un mago" scriveva Lord Byron e il desiderio di possedere la sua grazia diventa un obbligo per le orde dei turisti che accorrono alla Biennale, forse ignari che quest’anno la mostra privilegia un clima in cui il messaggio delle opere prevale sulla bellezza.

 

 


 Non c’è più gioco o ricerca di armonie di segni ma, esclusivo, aleggia uno spirito che attrae la ragione alla riflessione.

 Dalla Stazione ferroviaria Santa Lucia si sale sul vaporetto 4,1. Si sbircia sulla banchina che s’allontana, dove un gabbiano strappa un pezzo di pizza con il becco, attorniato da un groviglio di piccioni intimoriti. Poco lontano un cormorano adesca una preda, impetuoso. Sembra di stare dentro a una favola di Fedro.


Le onde, impazzite, strattonano i passeggeri dondolanti; è allora che emerge, come in una torbida corrida, quel senso di empietà di cui è capace l’uomo: <Statì a casa signora>. Con l’impressione di prepotenza esagerata, si pensa al titolo della Biennale, May You Live In Interesting Times, che porta con sé un repertorio di violenze quotidiane, di soprusi e di tragedie da interpretare attraverso l’arte. Così, si procede con quella inclinazione che consente di pensare al senso della vita per tentare di riconoscere, nell’esistenza, il proprio esistere tra gli altri caro a Heidegger.


Quando si arriva ai Giardini, una nebbia malinconica si adagia sulla facciata del Padiglione Centrale; è scenografica; è l’installazione di Lara Favaretto, Thinking Head, che rimanda a un’opera di Boetti del 1993 dal titolo Mi fuma il cervello. La stessa artista espone anche all’Arsenale perché il curatore di quest’anno, Ralph Rugoff, ha pensato a due proposte, A e B: la prima all’Arsenale e la seconda al Padiglione Centrale dei Giardini con gli stessi artisti ma creazioni molto diverse tra loro perché, sostiene, "non esiste un’unica verità".


La tristezza fa capolino nel Padiglione Centrale, nella rievocazione del naufragio del Sewol, avvenuto nelle acque della Corea del Sud nel 2014, attraverso l’installazione di Lee Bul: fa riferimento a 304 persone che vi persero la vita, la maggior parte giovani studenti di una scuola superiore ai quali era stato ordinato di rimanere nelle cabine.



Fa pensare a Barca nostra, il peschereccio libico affondato in Sicilia nel 2015, esposto all’Arsenale come opera d’arte voluta dallo svizzero Christoph Büchel.

 


Il lituano Augustas Serapinas pone invece l’attenzione sulle catastrofi nucleari mentre Teresa Margolles sulla narcoviolenza, presentando un muro costruito con blocchi di cemento crivellati provenienti da una scuola pubblica di Ciudad Juárez, la città che nel Messico ha il più alto tasso di omicidi al mondo. Nella stessa sala è esposta Bloody clean machine di Sun Yan e Peng Yu: è un braccio meccanico che al ritmo di una danza raccoglie un liquido simile al sangue. C’è anche un cancello, di Shilpa Gupta, che sbatte ritmicamente su una parete erodendone l’intonaco. 



 L’insensato vivere non risparmia neanche la tecnologia: ne è un esempio Facebook di George Condo, un dipinto "per esorcizzare le menzogne insite in una cultura di amici" che ti danno l’amicizia senza conoscerti nemmeno. 

 Tutto il percorso della Biennale è un fardello di dolore. Così, alla ricerca di quella pietas che Gianni Vattimo traduce come "amore per il vivente", si agognano le eccezioni; sono poche: c’è il corridoio di vetro con tubi fluorescenti dell’artista giapponese Ryoji Ikeda che immerge in una luce che quasi acceca, <sembra il Paradiso> sussurra un visitatore; oppure gli abiti realizzati con le piastrelle da Zhanna Kadyrova che, all’Arsenale, presenta un’arte come merce e gioco, con salumi e frutta di cemento e tessere musive coloratissime.

 


 Si prosegue sui viali dei Giardini pensando che l’inverno è ormai lontano, e che non è normale che faccia freddo.

 Gli ombrelli volteggiano; finiscono in agonia con le stecche a pezzi; si ha il sentore di un destino analogo.

 Il Padiglione del Venezuela è chiuso; a terra c’è un lumino con un foglio: lutto.




 Il Padiglione di Israele è allestito come un ospedale e se ne ha quasi paura: ti mettono un braccialetto e un paio di copri scarpe da sala operatoria, ti chiudono ermeticamente in un box per l’emissione di un "urlo controllato" e quando riaprono la porta ti sdraiano su una poltrona simile a quella di un dentista, mostrandoti video con scene di ingiustizie.

 Nel Padiglione del Belgio un gruppo di ragazzi irrompe all’improvviso in una sorta di performance; declamano il Recitativo veneziano scritto da Zanzotto nel 1976 per il Casanova di Fellini. Non fa parte della Biennale!





All’ora di pranzo ci si può sdraiare sull’opera di Jeppe Hein: sono panchine come le piste dei trenini giocattolo. E’ allora che si pone l’attenzione sulla gente, la si osserva, e si prova a intuirne il carattere da come afferra il cibo.




Sul Canal Grande galleggia l’enorme cornucopia creata con rifiuti di plastica da Christian Holstad.

All’Arsenale si mescolano video e voci (video Shilpa Gupta)volti (video Ed Atkins) che piangono continuamente e versi di poesie in lingue diverse. Pare di stare in una chiesa dove si recita il rosario. Ed è quasi una supplica anche l’opera di Yin Xiuzhen: un enorme passeggero fatto di stracci, collocato sul sedile di un aereo nella posizione che si invita ad assumere prima di un possibile impatto.




  Nelle sale, le guide assomigliano ai bagnini sulle altane e scendono, solo di tanto in tanto, per decodifiche.


Superato il labirinto del Padiglione Italia e oltrepassate le Gaggiandre, che contengono le nuvole costruite da Tomás Saraceno che ai Giardini presenta invece un’opera con tre tipi di ragnatele, si arriva al Giardino delle Vergini per imbarcarsi per l’Arsenale Nord dove svettano, tra le opere disseminate ovunque (si veda il video Claudia Steiner), le sculture di Beverly Pepper, fotografata da Gianfranco Gorgoni. Ad esse fanno da contraltare le lunghissime braccia realizzate da Lorenzo Quinn; rivolte verso l’alto, uniscono due sponde di un piccolo canale, incrociando le dita come in preghiera.


  



 Si prosegue per calli e campielli pensando alla modernità liquida di Zygmunt Bauman, alla perdita delle certezze del postmodernismo e al ribaltamento del Cogito ergo sum cartesiano in Sum ergo cogito.

Sotto al ponte dei Sospiri passa un battello. A poppa è scritto il suo nome: Coraggio.


  

   

Articolo pubblicato sul mensile Il Borghese, numero di luglio 2019

Tutte le foto pubblicate in questa pagina sono di Anna Maria Santoro e Vincenzo D'Onofrio, da loro scattate a Venezia a maggio 2019 © 











                                                          


  











    










Venezia, 8, 9 e 10 maggio 2019, ph e video Anna Maria Santoro e Vincenzo D'Onofrio   

Fotografati, nell'ordine di pubblicazione:

Venezia e stazione galleggiante

Arsenale: Christoph Büchel, Barca Nostra

Giardini, Padiglione Centrale: "Muro Ciudad Juarez" di Teresa Margolles

Giardini, Padiglione Centrale: "Bloody clean machine" di Sun Yan e Peng Yu

Arsenale: "Market" Zhanna Kadyrova 

Giardini, Padiglione di Israele: "Clinica" di di Aya Ben Ron

Due ragazzi declamano il Recitativo veneziano scritto da Zanzotto nel 1976 per il Casanova di Fellini

Installazione sul Canal Grande, con rifiuti plastici: "Cornucopia" di Christian Holstad

Arsenale: Installazione "Chair for the Invigilator" di  Augustas Serapinas

Arsenale: Installazione  "Aero(s)cenes" di Tomás Saraceno

Arsenale Nord: "Building Bridges" di Lorenzo Quinn

Venezia

Giardini, Padiglione Belgio: "Mondo Cane" di Jos de Gruyter e Harald Thys

Giardini, Padiglione della Polonia:"Flight" di Roman Stanczak 

Arsenale: Installazione "Eskalation" di Alexandra Birken

Arsenale: Stampa glicée "Ghost teen" di Apichatpong Weerasethakul

Arsenale: Installazione "Smiling Disease" di Cameron Jamie

Video "No history in a room filled with people with funny names 5" di Korakrit Arunanondchai

Giardini performance: "Grandmother Mago" di Zadie Xa

Arsenale: "Ariel" di Carol Bove

.Arsenale: "Nike III" di Carol Bove

Giardino della Marinaressa: Baby foot XL di Idan Zareski 

Giardini, Padiglione Centrale: "La Facheuse" di Jean-Luc Mouléne


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