BIENNALE DI VENEZIA 2026

(61esima edizione)

IN MINOR KEYS

LA VERNICE

PAGINA IN COSTRUZIONE

di Anna Maria Santoro


 

Il titolo della Biennale di Venezia del 2026, In Minor Keys, l’aveva scelto Koyo Kouoh alla sua nomina a direttrice artistica a novembre 2024, e l’8 aprile 2025 l’aveva comunicato ufficialmente nel testo curatoriale inviato al Presidente Pietrangelo Buttafuoco. Ma lei, Koyo Kouoh, si è spenda il mese dopo all’improvviso. Aveva 58 anni. Era nata in Camerun nel 1967, naturalizzata svizzera. Dopo la sua scomparsa, la Biennale decide di affidare la realizzazione della mostra al suo team, secondo il progetto che Kouoh aveva già delineato «come un’invocazione a rallentare il passo, a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori che rifiutano il fragore e richiedono ascolto» aveva scritto. La sua pratica curatoriale «recupera i rapporti umani nei cortili e nelle piccole cose. Ci sono i giardini, le piante, i profumi … e le soste, che sono parte del percorso come le pause in musica» si legge nella Presentazione di Buttafuoco.

Kouoh e il suo team avevano lavorato da mattina a sera nel mese di aprile del 2025 a Dakar, riunendosi nel centro d’arte RAW Material Company che lei stessa aveva fondato nel 2008 per promuovere la creatività in Africa: «Il primo giorno è arrivata in cortile illuminata dal suo inconfondibile sorriso», aveva raccolto i frutti di un mango caduti a terra, li aveva sciacquati, e con gusto ne aveva assaporato uno. «Abbiamo mappato pratiche e progetti, individuato risonanze e affinità, e ricavato motivi attorno ai quali organizzare la Mostra» si legge nel catalogo.

Si era formata in amministrazione aziendale abbandonando la carriera finanziaria dopo l’incontro con il performer senegalese Issa Samb del quale, nel 2013, aveva curato a Oslo e poi a Londra la mostra Word! Word? Word! Issa Samb and the Undecipherable Form: l’obiettivo comune era trasformare la natura della pratica artistica spostandola dall’oggetto al processo. Analogamente, l’intera Biennale si dispiega in modalità affettive di organizzazione di esperienze, e le opere, che si confrontano con situazioni sociopolitiche perché in Koyo Kouoh «la consolazione dell’arte non era mai separata dalle questioni politiche e umane» come scrive Frieda Ekotto, diventano presenze; non sono riduzioni a narrazioni, e si susseguono in tanti significanti che cadono nelle miriadi dei significati di chi le osserva. 

L’Arsenale, luogo espositivo storico, apre le porte ai visitatori con la lirica del poeta palestinese Refaat Alareer, Se dovessi morire, pubblicata pochi giorni prima della sua uccisione in un attacco aereo israeliano del 2023 a Gaza, mentre l’ingresso dei Giardini, l’altro luogo storico della Biennale, è contrassegnato da un grande Cervo, Deer, dell’artista ucraina Žanna Kadyrova, che sembra un origami, invece è in cemento, imbracato e sospeso al braccio di una gru. Duro, come la guerra in corso.

La prima opera dell’Arsenale investe con un profumo intenso e legnoso: è dell’artista australiano di origini libanesi Khaled Sabsabi. C’è buio, ci sono video, installazioni, sculture, dipinti e performance il cui senso non è immediato. Le opere sono tante, troppe per goderne pienamente: qualcosa resta nascosto, o lasciato indietro.

Grandi amache pendono dal soffitto come luogo di riposo di antenati: è l’installazione di Guadalupe Maravilla, artista statunitense di origini salvadoregne che da bambino, a seguito della guerra civile a San Salvador, arriva solo e senza documenti al confine degli Stati Uniti, dove si laureerà in Belle Arti. Theo Eshetu vive a Roma: nato a Londra da madre olandese e padre etiope, laureato in Design della comunicazione, presenta un ulivo sul quale proietta le riprese dell’albero fatte prima di arrivare a Venezia, conferendo all’opera un tempo bidirezionale, verso il passato e il futuro insieme. Kaloki Nyamai, nato in Kenia, studia Design industriale a Nairobi dove nel 2023 inaugura una residenza per artisti che chiama col nome della madre Kamene: espone tele cucite con corde e filati; vi dipinge figure che sono i racconti della nonna, con contorni accennati e oscillanti tra astratto e figurativo. La scultura in argilla con le gambe staccate e gli occhi che scrutano attraverso una maschera, accerchiata da isolotti, è invece di Rajni Perera e di Marigold Santos: entrambe vivono in Canada, l’una a Toronto ma nata nel 1985 nello Sri Lanka, e l’altra a Montreal, nata nel 1981 a Manila nelle Filippine da dove era immigrata nella prima infanzia; entrambe hanno studiato Belle Arti. Si prosegue tra i commenti dei visitatori, tra amazing e beautiful, fino ad arrivare a Panorama 94, un lotto di anelli che Rose Salane, giovane newyorkese ospite della residenza per artisti dell’Accademia di Francia a Villa Medici a Roma nel 2023, ha acquistato a un’asta di beni smarriti ed esposti, in parte, con didascalie che includono sequenze e tracce di DNA su di essi lasciate. Natalia Lassalle-Morillo, nata a Porto Rico e laureata nel 2013 in Belle Arti a New York, presenta un video realizzato all’indomani della morte della nonna nel 2015, in collaborazione con la madre Gloria Morillo, in cui Gloria, che all’epoca delle riprese aveva settantadue anni, riscrive i propri ricordi e dirige la figlia Natalia, calata nei panni di una Gloria più giovane esattamente del periodo in cui, all’età di ventuno anni, si era separata dal primo marito ed era tornata a vivere a casa dei genitori: “Avesti voluto che la tua vita fosse diversa?” Chiede Natalia, che durante le riprese vuole capire chi fosse stata Gloria prima di diventare madre, chi era nel momento in cui ha girato il film, e chi sarebbe diventata. Proseguendo, si attraversa il mondo delle immagini di Valid Raad, delle installazioni di Annalee Davis, di Michael Joo, di Kennedy Yanko, e la biblioteca con libri in argilla, di Kemang Wa Lehulere, e piccole mani che in resina bianca traducono plasticamente le lettere dell’alfabeto della lingua dei segni. 

Di fronte al Padiglione di Israele che quest’anno non è ai Giardini, come tradizione vuole e dove campeggia la scritta Il Padiglione di Israele è aperto all’Arsenale nella Sala d’Armi G. Siete cordialmente invitati a visitarlo, sono stati gettati volantini con la scritta Can you tolerate this? No to the genocide pavilion.

Piove, esce il sole, ripiove. Come guerre. Tregue e nuovi attacchi.

Attraverso una scala mobile si giunge alla Sala d’Armi che accoglie alcuni padiglioni, tra cui quello della Turchia con A kiss on the Eyes di Nibar Güreş, e del Granducato di Lussemburgo con La merde, un’installazione audiovisiva con un escremento antropomorfo, che supera i simboli di pulizia e controllo; viene in mente il performer brasiliano Fabio di Ojuara che in polemica, e in una sorta di Fuori Biennale, se va in giro con un sedile di water appeso al collo, e la scritta Now every shit is art.

Fa freddo e caldo insieme, mentre la Procession for fallen Comrades and Fallen Angels, performance della storica dell’arte Yoshiko Shimada e di BuBu de la Madeleine, attraversa gli spazi esterni dell’Arsenale fino alle Tese dove si trova il Padiglione Italia Con te con tutto: ventiquattro sculture tra umano e animale in gres con piante e fiori, di Chiara Camoni, e la performance Canti fossili che mescola movimenti e voci. 

Alle Gaggiandre quindici teste in resina arancione galleggiano sull’acqua rivisitando la nascita di Afrodite: sono Les Filles d’Ouranos di Alice Maher, artista irlandese, che insieme a Werewere Liking a Thania Petersen e Mohammed Z. Rahman, ha anche realizzato le iconiche tazzine dell’Art Collection della Illy, Main Sponsor.

Il Padiglione della Santa Sede è al Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi e nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice.

Il Padiglione della Polonia, ai Giardini, presenta Liquid tongues di Bogna Burska e Daniel Kotowski, un video dove il silenzio non è assenza di qualcosa ma comunicazione, tra udenti e non udenti, di corpi che nell’acqua eseguono lente movenze; di fronte, c’è un fazzoletto di terra con il rosso dei pomodori, il giallo dei peperoni, e poi bietola, lattuga, e gombo, il frutto preferito da Koyo Kouoh, che spiccano nell’allestimento di Linda Goode Bryant: laureata ad Atlanta in arti visive, nel 2009 ha avviato Project Eats, ovvero un’agricoltura urbana, per produrre cibo nei quartieri ispanici e afroamericani.

 I Padiglioni di Israele, Russia e Stati Uniti sono oggetto di contestazioni contro le guerre. Ma si concretano, senza rumore, nell’astensione dalla visita, oppure in azioni a carattere performativo: ne è un esempio la sfilata in abito militare azzurro con la scritta No Putin No war di fronte al Padiglione della Russia, che a sua volta, all’interno, sembra proporre tuttavia un desiderio di pace con L’albero radicato nel cielo evocando Simone Weil.

Si cammina calpestando la ghiaia: scricchiola a ogni passo mentre l’odore salmastro della laguna impregna gli abiti; e Poetry Caravan, ispirato al viaggio di Koyo Kouoh intrapreso nel 1999 da Dakar a Timbuktu con nove poeti africani, avanza tra danze e canti.

Al Padiglione del Giappone, Grass Babies, Moon Babie, di Ei Arakawa-Nash, diventa una performance collettiva a cui i visitatori prendono parte quali affidatari di neonati-bambolotti, senza genere, per compiere il gesto del cambio del pannolino, che all’interno custodisce un QR code che svela una poesia.

Il Padiglione dell’Austria è quasi impossibile da visitare per la lunga fila.

Altre mostre e altri padiglioni sono disseminati in chiese, palazzi e magazzini, trasformati in luoghi espositivi.

Dopo il Ponte di Rialto, a bordo del vaporetto numero Uno in direzione della Stazione Santa Lucia, sulla facciata del Palazzo Ca’ da Mosto si apre alla vista l’opera dell’artista francese JR: è Il Gesto, che reinterpreta le Nozze di Cana del Veronese, con ritratti fotografici di commensali e riferimenti ai pasti offerti alle persone in difficoltà.


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Articolo pubblicato sul mensile Il Borghese, numero straordinario di maggio-giugno 2026


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