Il Mito di Venezia

da Hayez alla Biennale 

Castello Visconteo-Sforzesco, Novara 

dal 30 ottobre 2021 al 13 marzo 2022 

a cura di Elisabetta Chiodini


Articolo di Anna Maria Santoro



 “Sorta dal grembo del mare”, “beltà lusingatrice e ambigua, racconto di fate e insieme trappola per forestieri”: è una Venezia incantata; cantata da Goethe e Thomas Mann; è la Venezia che una tradizione leggendaria vuole sia nata il 25 marzo del 421 e che per i suoi 1600 anni di magica esistenza è celebrata, oggi, con una mostra che al Castello Visconteo Sforzesco di Novara presenta opere di grandi maestri, tra i quali Francesco Hayez, Ippolito Caffi, Guglielmo Ciardi, Giacomo Favretto, Pietro Fragiacomo, Alessandro Milesi, Luigi Nono; sono dipinti di paesaggi, feste, amori e scene di vita quotidiana della città lagunare, eseguiti nel corso del 1800.
 Il suo titolo, “Il Mito di Venezia, da Hayez alla Biennale”, rimanda al sogno indistruttibile di quanti, artisti viaggiatori del Grand Tour, vi arrivavano in gran numero facendola diventare la città più ritratta del secolo diciannovesimo. Il desiderio di possedere la sua bellezza giunse al punto da indurre la Gran Bretagna ad allestire nel 1892, sul proprio territorio, “Venice in London”, come si legge in un saggio di Paul Nicholls, uno degli studiosi contemporanei più eminenti dell’arte italiana e inglese del Milleottocento: “Venne fatto costruire un enorme lago lungo due chilometri, con canali. L’importazione di cento gondole, insieme ai gondolieri, completava perfettamente l’illusione. Al centro, ospitava un’esposizione di dipinti eseguiti da artisti di tutta Italia, ma il posto d’onore giustamente spettava ai veneti”. E tra i veneti, secondo Nicholls, dovevano sicuramente esserci Giacomo Favretto, Luigi Nono e Alessandro Milesi. Inoltre, “Nel 1885 era comparso su “The Graphic” un elogio quasi pubblicitario di Venezia, che finiva con un invito”: a visitare gli studi dei pittori.
La mostra, che oggi si articola in un otto sezioni, evidenzia la fortuna iconografica della città lagunare.
 La prima sala è dedicata alla “pittura di storia”, con opere di artisti tra i quali Antonio Zona e Francesco Hayez; “Valenzia Gradenigo davanti agli inquisitori”, del 1843 di Hayez, ha un tema che, tratto dalla storia e dalla letteratura, evidenzia la tendenza di quel periodo a narrare le vicende della Serenissima.
Ai bagliori dell’acqua salmastra, accentuati nella luce dall’uso dei colori ad olio, si aggiunge un linguaggio nuovo che si evidenzia soprattutto nelle tele della seconda sala: sono di autori che hanno contribuito a un mutamento di genere, dalla “veduta” al “paesaggio”, grazie ai primi dagherrotipi del 1839. Sono Ippolito Caffi, Domenico Bresolin, Giacomo Favretto, Luigi Nono, Alessandro Milesi, Ettore Tito. 



Secondo la curatrice della mostra, Elisabetta Chiodini, la nascita della fotografia non solo non venne percepita dagli artisti come una minaccia ma, come si legge nel suo saggio, “Molti fotografi, consci del valore che i loro scatti potevano avere per i pittori, avevano trovato la loro specializzazione in soggetti ad uso precipuo dei paesisti e dei pittori di genere, dando vita a veri e propri cataloghi di vedute urbane, di monumenti, di scorci fluviali e boschivi, di vaste campagne e cieli ingombri di nubi”; ne è un palese esempio Domenico Bresolin, del quale è esposto un dipinto del 1864, “Le Zattere”: dopo aver fatto parte del team dei fotografi di Carlo Ponti, vinta la cattedra all’Accademia di Venezia nel 1864, si dedicò unicamente all’insegnamento, e “la fotografia sarebbe sempre stata uno strumento didattico imprescindibile per supportare i suoi studenti - continua Elisabetta Chiodini nel suo saggio - per ideare la composizione, per definire l’inquadratura e le pose dei personaggi, per verificare e controllare la corretta distribuzione delle luci e delle ombre”. Anche i nudi ebbero un debito nei confronti del mezzo fotografico: esso consentiva di ridurre le spese per i modelli in carne e ossa. Inoltre, riportando uno studio di Marina Miraglia: “L’alzarsi o l’abbassarsi dell’orizzonte, il tutto campo, il taglio casuale dell’immagine, la sfocatura dei piani prospettici sarebbero presto divenute le novità linguistiche più visibili ed eclatanti”.

Interamente dedicata a dodici opere di Guglielmo Ciardi è la terza sala: “La poesia della laguna”; qui, gli oggetti dipinti in lontananza sono fuori dalla messa a fuoco mentre i soggetti dichiarati nei titoli presentano maggiore nitidezza, esattamente come accade nelle immagini fotografiche. Ne sono un esempio il “Canale della Giudecca” del 1867 o “Quiete in laguna” del 1875.
Anche la settima sala è dedicata ad un solo artista, Luigi Nono, le cui opere sono in stretto rapporto con alcune lastre alla gelatina bromuro d’argento, oggi conservate dagli eredi, utilizzate da Nono “per fissare i soggetti e studiarne i particolari”.
 Il percorso si conclude con una serie di opere di pittori quali Mario De Maria, Cesare Laurenti, Lino Selvatico, eseguite a ridosso del 1895, data della Prima Biennale d’Arte di Venezia che nacque da un’idea del Sindaco di allora, Riccardo Selvatico, tra i tavoli e gli incontri a Piazza San Marco nello storico Caffè Florian.

 Pubblicato sul mensile Il Borghese, numero di dicembre 2021






Le foto pubblicate in questa pagina (72 dpi) sono state tratte dalla cartella stampa dell'Ufficio Stampa. 

Nell'ordine:

© Non in questa pagina ma nell'elenco delle mostre: Luigi Nono - Idillio, 1884, olio su tela 112 x 76 cm

© Guglielmo Ciardi, Veduta della laguna veneziana, 1882, olio su tela 62 x 102 cm.

© Ippolito Caffi, Venezia Palazzo Ducale, 1858, olio su tela, 55 x 91 cm

© Luigi Nono, Refugium peccatorum, 1886, olio su tela, 72 x 112 cm

© Federico Moja, La processione (alla Chiesa delle Zattere), 1884, olio su tela, 120 x 170 cm


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