BIENNALE DI VENEZIA 2024 

(60esima edizione)

STRANIERI OVUNQUE

LA VERNICE


di Anna Maria Santoro


 

Non importa se a Venezia piove. O se fa freddo o il sole brucia oppure l’acqua alta fiacca i movimenti. Non importa, perché lontani dalla terraferma si è dentro all’enigma di una bellezza esagerata e «Dirti che cos’è Venezia, ebbene sento che mi è impossibile» scriveva Dickens nel 1846. Ma alla lusinga di visitare una città legata al mare, che incanta per i palazzi sulla laguna e le gondole che silenziose scivolano sui canali, si somma l’invito a una Biennale d’Arte 2024 che si spinge nel mistero dell’esistenza e delle sue diversità. 

MZO_Claire Fontaine_0620_Ph by Marco Zorzanello, da Cartella Stampa


Claire Fontaine (Fulvia Carnevale e James Thornhill), Installazione, Stranieri Ovunque-Foreigners Everywhere, Gaggiandre, Ph Vincenzo D'Onofrio


Il suo titolo «Stranieri ovunque», scelto dal curatore brasiliano Adriano Pedrosa, è mutuato da un’opera di Fulvia Carnevale e James Thornhill in cui la locuzione «stranieri ovunque» è scritta con luci al neon in cinquantatré lingue, e oggi esposta alle Gaggiandre sospesa sull’acqua in una dimensione metamorfica di riflessi in cui chi osserva ne àncora la visione al suo proprio irripetibile background: perché c’è, nelle lingue, una diversità che non è solo di segni e suoni ma di modi di guardare il mondo. Analogamente le opere della Biennale, che quest’anno ospita artisti molti dei quali immigrati, rifugiati, outsider e queer, hanno molteplicità di voci che rappresentano visioni irriducibili a un’unica verità. Così, senza porsi domande né imporsi decodifiche, ci si avventura verso i luoghi della laguna deputati all’Arte: antichi palazzi, magazzini, chiese, i Giardini e l’Arsenale, in cui un tempo si costruivano le flotte della Serenissima negli spazi oggi denominati Corderie, Artiglierie, Sale d’Armi, Gaggiandre, Tese e Giardino delle Vergini, nella convinzione di entrare in un mondo di immagini metonimiche in cui ciascun significante può contenere infiniti significati.













Ramo della Tana, verso l'ingresso dell'Arsenale, Ph Vincenzo D'Onofrio


L’ingresso alle Corderie dell’Arsenale è a Ramo della Tana dove si entra con l’odore del mare che è ancora attaccato agli abiti e alla pelle. La prima parte della mostra contiene il Nucleo Contemporaneo, di artisti provenienti da Canada, Cina, India, Messico, Pakistan, Filippine, Sudafrica e Stati Uniti.


MZO Yinka Shonibare, Refugee astronaut, 2016, Ph by Marco Zorzanello (Foto tratta da Cartella Stampa)


E la prima opera è Refugee Astronaut di Yinka Shonibare, artista nigeriano che vive a Londra: ha, nel titolo, un rimando semantico al rifugiato e a un desiderio di conquista; è un manichino con una tuta spaziale in tessuto di cotone a cera olandese molto comune nell’abbigliamento dell’Africa Occidentale, curvo sotto il peso di un misero fagotto, nell’atto di entrare nella mostra verso il buio. 


MZO Mataaho Collective 1058, Ph by Marco Zorzanello, Installazione (Foto tratta da Cartella Stampa)

La luce è fioca e induce a procedere lentamente con lo sguardo basso nel timore di cadere, distogliendo l’attenzione dall’opera successiva installata a mo’ di copertura, sicché si corre il rischio di ignorarla; è del Mataaho Collective, Leone d’Oro: quattro artiste maori provenienti dalla Nuova Zelanda hanno intrecciato fasce in poliestere, come a farne un tessuto per il tetto di un rifugio.


Venezia, Biennale d'Arte 2024, Corderie, Ph Vincenzo D'Onofrio

Si prosegue lungo i 316 metri delle Corderie, scandite da colonne che dividono gli spazi in tre navate come antiche chiese ma il cui senso del sacro è qui traslato in una insolita dimensione: nei lavori artigianali di artiste autodidatte, tra cui le Bordadoras de Isla Negra che ritraggono sui tessuti gli abitanti reali dell’isola cilena Negra, tra cui Pablo Neruda a caccia di farfalle; 


Pacita Abad, Haitians Waiting at Guantanamo bay (particolare), 1994, Olio, stoffa dipinta, bottoni e perline su tela imbottita e cucita, 231,1 x 177,8 cm, Ph Vincenzo D'Onofrio

oppure nelle tele ricoperte da perline e bottoni cuciti da Pacita Abad; o nei ricami di Frieda Toranzo Jaeger in uno spazio per voci queer. Ci sono anche video, su progetto di Marco Scotini, sui dissensi proclamati in vari luoghi e momenti della storia; 


MZO Bouchra Khalili 1046, The mapping Journey Project, 2008-2011, Ph by Marco Zorzanello, (Foto tratta dalla Cartella Stampa)


e i disegni dell’artista franco-marocchina Bouchra Khalili che tracciano i tortuosi percorsi delle rotte migratorie nel Mediterraneo. Non mancano le voci di attivisti LGBT, come Ahmed Umar di origini sudanesi che mette in scena, in un video, una danza nuziale praticata dalle donne; oppure temi omoerotici che nei ritagli di carta di Xiyadie descrivono le difficoltà di accettazione della propria sessualità. 


Performance, abiti di Bárbara Sánchez-Kane, Ph Vincenzo D'Onofrio


Nella rottura della tradizione, si assiste anche a uno spostamento di codici da un asse immaginario a un asse simbolico, come nell’opera di Bárbara Sánchez-Kane che presenta Prêt-à-Patria: sono manichini in uniformi militari indossate insieme a indumenti intimi di pizzo, mostrati in profonde scollature sulla schiena. L’abbigliamento, maschile e femminile insieme, si ripete nella performance di soldati in carne e ossa che raggiungono in marcia il Giardino delle Vergini.


Libero Badii, Nucleo Storico Italiani ovunque, Arsenale, Ph Vincenzo D'Onofrio

Ci si chiede quale scopo possa avere l’arte. Comunicare. Sbalordire. Far riflettere. Forse tutto questo. O forse cercare anche un’interpretazione metafisica della vita, tangibile nel Nucleo storico degli italiani ovunque con quadri che, esposti sui cavalletti in vetro, ideati da Lina Bo Bardi negli anni Sessanta, sembrano sospesi nello spazio.

Si esce dalle Corderie per proseguire verso la Sala d’Armi e le Artiglierie che ospitano i padiglioni nazionali; alcuni si legano ai sensi: all’odore buono della terra che attraversa il Padiglione della Repubblica del Sudafrica; o alle voci della foresta nel Padiglione di Singapore. Il Padiglione Italia è alle Tese, curato da Luca Cerizza: l’opera, Due qui/To Hear, di Massimo Bartolini, è un enorme ponteggio di tubi innocenti, cavi, che propagano i suoni esiliandoli fino al Giardino delle Vergini, evocando sacralità musicali di antichi organi nelle cattedrali.

Sullo sfondo dell’Arsenale Nord, l’installazione di Klaus Littmann è un’arca galleggiante, costruita a protezione di un albero.

Le opere e i luoghi espositivi sono talmente tanti che riempiono la vista ovunque.


Catamarano, particolare, Venezia Biennale 2024, Ph Vincenzo D'Onofrio

Nel Bacino di San Marco è attraccato un catamarano con la scritta «Vorresti sapere dove andare» sulle vele. A Calle San Lorenzo c’è Ocean Space. A Riva degli Schiavoni nella Chiesa di Santa Maria della Pietà Wallace Chan espone Transcendence: non è nell’elenco degli eventi collaterali della Biennale, né in quello dei padiglioni; è una personale con quattro sculture che inducono lo sguardo verso l’altare con un piccolo Buddha, in preghiera come Cristo, e Cristo nella posizione del loto. Si pensa al Simbolico lacaniano e alla capacità che ha l’Arte di presentarsi non come mimesi dell’oggetto ma come «incontro».


 

Pavel Miguel, Between heaven and hell, Giardini della Marinaressa, Biennale di Venezia, Ph Vincenzo D'Onofrio

 Lungo calli e campielli s’incrociano gli sguardi di curatori, scultori e performer. Pavel Miguel, artista di origini cubane che vive in Germania, viene incontro con un sorriso: ai Giardini della Marinaressa espone Between heaven and hell, una scultura in polvere di marmo e resina che ricalca la Pietà di Michelangelo, ma la madre è qui seduta su una cassa di munizioni nell’atto di reggere tra le braccia il figlio morto soldato.

Quando si arriva ai Giardini, le forze armate presenti incutono paura e sicurezza. La ghiaia scricchiola a ogni passo. E non mancano i cori «Free free Palestine» davanti al Padiglione di Israele, che sulle porte chiuse reca la scritta «The artist and curators of the Israeli pavilion will open the exhibition when a ceasefire and hostage release agreement is reached». Eppure c’è, alla Biennale, un clima che avvolge la mente assicurando modelli ideali che affermano la pace. 


Ingresso del Padiglione degli Stati Uniti, Biennale di Venezia 2024, Inaugurazione, Ph Vincenzo D'Onofrio

Ingresso del Padiglione degli Stati Uniti, Biennale di Venezia 2024, Inaugurazione, Ph Vincenzo D'Onofrio

Così, le danze cherokee, persistenza delle culture dei nativi americani, diventano dono per nuovi legami affettivi, e le sculture, i video e i murales di Jeffrey Gibson, artista di origini cherokee, nel Padiglione degli Stati Uniti si fanno discorso sul senso della vita, attingendo dalla storia americana indigena e queer.

C’è qualcosa del Nuovo Mondo anche nelle sculture esposte nel Padiglione dei Paesi Bassi perché sono fatte con il cacao. Sono di venticinque artisti del Congo che lavorano nelle piantagioni: riuniti con il nome di CATPC, sotto la guida dell’olandese Renzo Martens nel 2017 il gruppo inaugura un Centro d’Arte a Lusanga, nel mezzo di una coltivazione di palme da olio, chiamandolo White Cube come le tradizionali gallerie occidentali d’arte, ma con l’intento di sovvertirne le regole e di riacquistare, con la vendita delle loro opere, i terreni confiscati nel 1911 dal colonialismo europeo. Tra i visitatori del White Cube, del Padiglione dei Paesi Bassi a Venezia, e gli artisti del White Cube in Congo, collegati da telecamere in tempo reale, si crea uno scambio di sorrisi e di saluti.

E c’è silenzio durante la performance di Jade Guanaro Kuriki-Olivo, in arte Puppies Puppies: di fronte al Padiglione Centrale il suo corpo nudo è disteso sul prato e sovrastato interamente da uno scheletro a cui fa da eco A Sculpture for Trans Women, una scultura di corpo nudo in bronzo che celebra la vita trans, collocata all’interno del Padiglione Centrale nel patio di Carlo Scarpa.

Di Nil Yalter, Leone d’Oro alla carriera, è l’installazione Topak Ev (1973): emblema di ruoli di genere, fa riferimento alle tende della comunità nomade Bektik che nell’Anatolia centrale realizzano le giovani spose per le nozze.


Foto tratta dal video di Gabrielle Goliath, Giardini, Ph Vincenzo D'Onofrio

La Biennale è anche dolore: nel respiro di queer e dei neri nei video di Gabrielle Goliath; nelle tracce di sangue lasciate sulla Tela venezuelana da un corpo di un migrante ucciso nel 2019 mentre entrava in Colombia, di Teresa Margolles; e dolore per un mondo che diventa cumulo di macerie che ostacola l’accesso principale al Padiglione della Germania, costringendo i visitatori a un ingresso laterale.

Quest’anno c’è anche la Santa Sede: è alla Casa di reclusione femminile di Venezia alla Giudecca sulla diversità delle vite lontane.


© RIPRODUZIONE VIETATA

Articolo pubblicato sul mensile Il Borghese, numero di giugno 2024



 Venezia, aprile 2024Foto tratte dalla Cartella Stampa della Biennale d'Arte 2024©, Foto di Vincenzo D'Onofrio © © RIPRODUZIONE VIETATA


Altre foto



Agnes Questionmark, Cyber-Teratology Operation, 2024, scultura, Arsenale, Ph Vincenzo D'Onofrio


Koo Jeong A , A Kangse SpSt, 2023, bronzo, Repubblica di Corea, Giardini, Ph Vincenzo D'Onofrio


Brett Graham, Maungārongo ki te Whenua, 2 Arsenale, Ph Vincenzo D'Onofrio


Eddie Martinez, Koen Vanmekelen, Ochirbold Ayurzana, Elias Sime, Pavel Miguel, Marton Nemes, Collage Ph Vincenzo D'Onofrio


Make a free website with Yola